Smart working, ecco la nuova normalità

Home / Blog / Work / Smart working, ecco la nuova normalità11 Febbraio 2021Smart working, ecco la nuova normalità

Tra qualche settimana sarà passato un anno dall’inizio della pandemia che ha modificato radicalmente le abitudini di tutti in ogni campo della quotidianità. Il mondo del lavoro è, probabilmente, uno di quelli più stravolti. Lo smart working è stata non solo la soluzione per far sì che l’industria del lavoro non si fermasse di fronte agli obblighi ministeriali, ma sta lentamente diventando la prima scelta per tantissime realtà. La tendenza di molte aziende, infatti, è quella di protrarre il lavoro a distanza anche dopo la fine della pandemia.

Prima dell’arrivo del Coronavirus, l’approccio delle aziende allo smart working era piuttosto arretrato. Secondo una ricerca dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, dal 2013 al 2019 la quantità di lavoro smart è pressoché quattro volte superiore (da 150mila persone a 570mila). Va specificato, tuttavia, che questi numeri sono costituiti da una grossa percentuale di telelavoro, mentre lo smart working era considerato più come un privilegio verso i dipendenti. Inoltre, l’uso della tecnologia era meno diffuso nella quotidianità lavorativa: «Prima della pandemia, il panorama in Italia era drammatico. Lo smart working era arretratissimo», racconta al Post Alessandra Meloni, manager di OpenKnowledge, società del gruppo BIP (una nota società di consulenza con oltre 3.300 dipendenti in 20 paesi) che si occupa di innovazione digitale. «Noi avevamo introdotto una giornata settimanale di smart working a richiesta due anni fa ed eravamo davvero avanti. Le grandi multinazionali italiane non avevano queste prassi oppure le prevedevano per fette molto piccole di dipendenti».

I numeri poc’anzi citati, già in ampia crescita, hanno subito una inevitabile impennata a partire dallo scorso marzo, dopo il lockdown che ha costretto le aziende a reinventare la propria tabella di marcia giornaliera. A fornire dei dati piuttosto interessanti, è una ricerca ISTAT, che spiega che lo smart working è stato esteso al 90% delle grandi imprese (per intendersi, quelle che hanno più di 250 dipendenti) e a più del 70% delle medie imprese (numero di dipendenti compreso tra 50 e 250). La crescita riguarda anche piccole e micro imprese (rispettivamente 37 e 18 per cento), ma le percentuali sono più basse perché comprendono categorie come quelle della ristorazione dove lo smart working non può essere applicato.

IL PASSAGGIO ALLO SMART WORKING

Ne avevamo già parlato in precedenza sul nostro blog, ma i dati che sono emersi successivamente hanno reso ancora più interessante quanto accaduto. L’aspetto della crescita dello smart working nelle imprese è rinforzato da un’ulteriore ricerca dell’Osservatorio digitale del Politecnico di Milano, secondo la quale il maggior numero di smart worker lavora nelle grandi imprese (2,11 milioni), 1,13 milioni nelle piccole e medie imprese, 1,5 milioni nelle microimprese sotto i dieci addetti e infine 1,85 milioni di lavoratori agili nelle Pubbliche Amministrazioni. L’utilizzo dello smart working nel corso degli ultimi dodici mesi ha dimostrato che un modo diverso di lavorare è possibile anche per figure professionali prima ritenute incompatibili con tale modalità e ha chiaramente palesato l’arretrata digitalizzazione di cui il nostro Paese era, e per certi versi è ancora, protagonista. Altri dati ci dicono che due terzi delle aziende hanno dovuto investire nella dotazione di pc portatili e di strumenti atti ad accedere da remoto ai software aziendali, mentre nelle Pubbliche Amministrazioni è stato incoraggiato l’utilizzo di strumenti personali. Tra le criticità mostrate dagli smart worker è stata la compatibilità tra vita privata e giornata lavorativa. Lavorare tra le mura domestiche ha inevitabilmente sovrapposto le due dimensioni e mantenere un equilibrio non è stata cosa semplice, considerato il poco preavviso con cui il sistema ha dovuto radicarsi in ogni settore. Ulteriori svantaggi principali dello smart working sono rappresentati, inoltre, dalla perdita delle relazioni sociali e rischio di un sovraccarico di lavoro.

Tuttavia, la ricerca conferma che lo smart working forzato nel corso del 2020 ha contribuito in maniera determinante a migliorare le competenze digitali dei dipendenti (per il 71% delle grandi imprese e il 53% delle PA), a ripensare i processi aziendali (59% e 42%) e ad abbattere barriere e pregiudizi sul lavoro agile (65% delle grandi imprese), segnando una svolta irreversibile nell’organizzazione del lavoro.

IL FUTURO DELLO SMART WORKING

Tornare indietro, adesso, è difficile. Non si tratta solo di mero stravolgimento delle abitudini. Sono numerose le aziende (grandi imprese soprattutto) a trarre beneficio dallo smart working. Dopo la prima fase di lockdown, i decreti ministeriali hanno nuovamente concesso la riapertura degli uffici, permettendo alle aziende di far rientrare i propri dipendenti. Tuttavia, solo una piccola percentuale di imprese ha deciso di riprendere la vecchia routine: solo il 7% delle grandi aziende e 13% delle PA ha preferito riaprire durante l’estate, mentre il 20% delle grandi imprese ha atteso fino a settembre e solo il 7% delle imprese e l’1% delle PA a fine settembre continuava ancora a privilegiare il lavoro da remoto. Le basse percentuali sono giustificate dalla prudenza esercitata dalle aziende. Non tutte, infatti, potevano garantire il distanziamento e non risultava sempre facile definire un piano di rientro con turnazione. Inoltre, l’obbligo di sanificazione continua di tutti gli ambienti, ha scoraggiato, e scoraggia tutt’ora, le aziende dal permettere il rientro dei dipendenti, visti i costi importanti che l’applicazione di tali regole comporta.

La lunga permanenza dell’attività in smart working ne ha evidenziato i grossi vantaggi, specie per i datori di lavoro, il cui risparmio è di certo risultato notevole. Principalmente per questo motivo, a volte tacito, a volte manifesto, la nuova tendenza è quella di continuare anche dopo la fine della pandemia a percorrere questa strada. Metà delle grandi imprese sta già ridefinendo gli spazi, quasi il 40% ne cambieranno le modalità di utilizzo e, si ipotizza che solo un decimo delle organizzazioni più grandi predisporrà un rientro uguale a quello pre-pandemico. Il 70% di chi ha già un progetto di lavoro agile in atto aumenterà le giornate in cui è possibile lavorare da remoto, passando da un solo giorno, prima della pandemia, a 2,7 giorni a settimana, quando sarà conclusa l’emergenza.

Un sondaggio interno alla categoria dei direttori del personale, portato avanti dall’AIDP, ha palesato che il 68% del campione analizzato è consapevole di confrontarsi e gradualmente adattarsi ad una nuova normalità, e il 58% è convinto che nel 2021 ci si avvierà ad un progressivo consolidamento della pratica. Va aggiunto, comunque, che quasi tre quarti delle aziende del campione (70%) pensa che il lavoro agile non debba superare i tre giorni settimanali e che debba necessariamente comprendere la presenza in ufficio. Quest’ultimo aspetto è essenziale per fronteggiare al meglio gli svantaggi principali dello smart working che abbiamo citato nel secondo paragrafo.

IL CASO SKY

Se le congetture di cui abbiamo parlato trovavano voce soltanto nei sospetti e nelle voci di corridoio, prima, e nei sondaggi, poi, lo scorso 29 gennaio Il Sole 24 ore ha pubblicato un articolo nel quale ha spiegato che Sky sarebbe pronta a lasciare a breve uno dei palazzi della sua sede, a Milano, Santa Giulia. Tale decisione sembra essere scaturita da una vera e propria volontà di razionalizzare gli spazi, in virtù del fatto che lo smart working non ha in alcuna maniera intaccato la qualità del lavoro dei dipendenti. «In questo quadro, il piano sarebbe ora di lasciare uno dei tre palazzi, al momento occupato al 25%, razionalizzando così spazi e costi a seguito della modalità di lavoro da remoto da subito implementata da Sky dopo lo scoppio dell’emergenza Covid e che per il futuro si sposterà sempre di più verso formule di hybrid working», scrive la nota testata.

Se un colosso come Sky ha ormai avviato anche in senso pratico la sua evoluzione verso l’hybrid working, è probabile che ormai ci troviamo di fronte ad un cambiamento irreversibile. I dati, d’altronde, parlano chiaro. Le aziende grazie allo smart working risparmiano senza perdere efficienza e questo è già da solo un elemento decisivo che spinge l’ago della bilancia verso il lavoro da remoto.

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