Smartworking nell’Italia (non del tutto) digitale

Home / Blog / Coworking / Smartworking nell’Italia (non del tutto) digitale2 Luglio 2020Smartworking nell’Italia (non del tutto) digitale

Negli ultimi mesi molti lavoratori e molte aziende in tutto il mondo hanno sperimentato lo smart working: l’Italia è pronta a raccogliere le sfide che porta?

La quarantena imposta dall’epidemia di Covid19 ha obbligato il Governo a trovare nuove strategie organizzative per mantenere attive la maggior parte delle attività economiche, comprese quelle non essenziali. Le alternative praticabili dal settore produttivo hanno così configurato nuove prassi lavorative.

La dinamica che è emersa con più evidenza (o forse ad oggi è stata quella più raccontata) è quella dello smart working.

“Una battaglia persa per quarant’anni.” Ha raccontato il sociologo Domenico DeMasi, parlando dell’improvvisa rilevanza dello smart working. “È una battaglia civile, una rivoluzione a costo zero, indolore e vantaggiosa per il lavoratore, l’azienda, la città e il Paese. Non si è fatta finora perché […] capi vogliono tenere i dipendenti nell’ufficio a fianco, a portata di mano.”

Smart, Agile, Tele

Ma capiamoci sulle definizioni e su cosa significa esattamente praticare lo smart working. Il riferimento nella giurisprudenza italiana è quello al lavoro agile, così come riconosciuto e descritto dalla legge 81 del 2017 Art.18 e seguenti, Capo II (quindi un riferimento normativo molto recente), dai quali si capisce subito che non si tratta semplicemente dell’atto di “lavorare da casa”.

La variazione del luogo di lavoro, dall’ufficio dell’impresa nella quale si è impiegati, al proprio domicilio, si configura più semplicemente come telelavoro. In questo sono quasi identiche le dinamiche del lavoro svolto in ufficio, cioè la continuità, il numero di ore al giorno e l’obbligo legale a dichiarare con esattezza il luogo di lavoro.

Fatto questo chiarimento ora lo smart working apparirà maggiormente definito nella sua peculiarità, ovvero principalmente l’essere incentrato su una fluidità maggiore dell’organizzazione del tempo di lavoro e un rapporto basata sulla fiducia, che tenga conto anche delle esigenze individuali del lavoratore.

I numeri

Fino all’emergenza sanitaria lo smart working ha avuto una diffusione limitata nel nostro paese: secondo le misurazioni Eurostat nel 2019 ha lavorato da casa in maniera continuativa il 3.2% della popolazione italiana, due punti percentuali in meno della media europea (5.2%) e quattro volte meno dell’Olanda (14.1%). Negli anni precedenti la percentuale in Italia è sempre oscillata intorno al 3%.

Con la pandemia questi numeri sono cambiati radicalmente: come riporta l’Agi, secondo uno studio CGIL negli ultimi mesi hanno lavorato da casa 8 milioni di italiani, compresa la maggior parte dei dipendenti pubblici, ovvero il 73.8% secondo le fonti del Ministero della P.A.

I vantaggi dello smart working sono in buona parte intuitivi e positivi -risparmio di tempo per la mobilità con conseguente impatto sulla sullo stress da traffico e ritmi individuali più flessibili- tanto che la maggior parte di chi lo ha praticato in vorrebbe continuare a usarlo, almeno un giorno a settimana.

Lo smart working però presenta anche numerose criticità strutturali.

Digital Divide

Come per ogni attività in ambito digitale, per poter lavorare in smart working abbiamo bisogno di almeno due cose, solo a prima vista scontate. La prima è un device con connessione stabile che permetta al cittadino di collegarsi a Internet, la seconda sono le conoscenze tecniche per poter usare un computer (elemento centrale nella remotizzazione del processo lavorativo digitalizzato). Il possesso o meno di questi due elementi è conosciuto come Digital Divide (tecnologico), che spesso è un indice della competitività di uno Stato e della sua popolazione nell’economia digitale. (Il digital divide non impatta solo sul lavoro, ma anche sulla formazione. Di questo parleremo in un’altra occasione).

E l’Italia da che parte sta di questa “spaccatura”? Dal 2018 è iniziato un processo di ammodernamento della rete per portare la banda larga in tutta Italia. Guardando le mappe messe a disposizione dal Ministero delle Telecomunicazioni si può vedere come la diffusione della banda ultralarga in Italia abbia cominciato a crescere negli ultimi due anni, anche grazie a progetti quali OpenFiber.

Oggi le statistiche dicono che il 66% degli italiani può avere una connessione con Banda Ultralarga ad almeno 30 Mbps. Ma più si cerca una connessione più veloce, più è difficile trovarla, soprattutto al Sud: da Roma in giù solo il 20.5% degli italiani ha accesso a una connessione a 100 Mbps.

Ma ora serve un altro distinguo. Se l’Italia sta recuperando sul piano infrastrutturale, è ancora molto indietro dal lato delle conoscenze.

Digital Skills: terzultimi in Europa

L’11 Giugno l’Ocse ha pubblicato online le relazioni DESI, (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società) ovvero “lo strumento mediante cui la Commissione Europea monitora il progresso digitale degli Stati membri dal 2014”. Oltre ad un mediocre piazzamento nella disponibilità e qualità delle connessioni (effetto  degli investimenti degli ultimi anni), salta subito all’occhio che l’Italia è tra le ultime in Europa per competenze digitali dei suoi cittadini.

Si legge nel report “Solo il 73% degli italiani usa abitualmente Internet e solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base (58% nell’UE) e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori a quelle di base (33% nell’UE)”. La percentuale di italiani che non ma hai usato internet (17%) è quasi doppia rispetto a quella europea, e l’attività online più diffuse sono l’ascolto di musica e video.

Questa differenza di competenze dei singoli cittadini si riflette anche sulle aziende italiane, che si collocano più in basso rispetto alla resto dei competitors europei, posizionando l’Italia al 22º posto nell’UE per integrazione delle tecnologie digitali. Un’impresa italiana su cinque ha un account sui social media e il 15% usa tecnologia Cloud (contro le medie UE del 25% e 18%), e solo una piccola e media impresa italiana su dieci vende online, quasi la metà di quelle europee.

Un quadro da migliorare

Il cittadino italiano medio avrà più difficoltà a lavorare in smart working rispetto ad un collega europeo. Se non abita in una grande città del Nord dovrà superare le diffidenze del proprio datore di lavoro per lavorare da remoto, avrà probabilmente problemi di connessione e non è detto che sia in grado di usare pienamente il computer e le applicazioni dei quali dispone (a volte addirittura comprate a proprie spese).

La situazione sta comunque lentamente migliorando. Come ha riportato il Sole 24Ore, nel Decreto di legge 34 del 2020, all’articolo 90 viene riconosciuto il diritto allo smart working anche dopo la fine dell’epidemia ai genitori con a carico figli minori di 14 anni, permettendo di sfruttare la flessibilità garantita da questa modalità di lavoro per far coesistere meglio impiego e necessità private..

Da anni sono partite iniziative per valorizzare e insegnare le pratiche per usare al meglio lo smart working: un esempio è “The Digital Workplace”, progetto europeo del 2017 organizzato dalla professoressa italiana Annamaria Cacchione. Prima ancora aveva fatto parlare di sé Chiara Bisconti, Assessore al Benessere del Comune di Milano sotto la giunta Pisapia, ed una delle prime promotrici del lavoro agile in Italia, sia nel privato che nella PA.

Il Ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione ha inoltre approvato e finanziato una serie di iniziative per valorizzare l’educazione digitale nel nostro paese, riunite sotto il titolo “Repubblica Digitale”.  Lanciata a Maggio 2019 a seguito del ForumPa, fa da aggregatore strategico per progetti che investono nella formazione e nell’educazione digitale. Sono tutti segnali di consapevolezza sull’importanza delle conoscenze digitali nella società contemporanea. E questo ci fa ben sperare.

Per approfondire



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