La risposta del mondo del lavoro agli ITS

Home / Blog / Work / La risposta del mondo del lavoro agli ITS25 Marzo 2021La risposta del mondo del lavoro agli ITS

Nella strategia di innovazione del tessuto lavorativo italiano, gli ITS assumono anno dopo anno maggiore importanza. Dal 2010 le Fondazioni ITS, nel contesto dell’istruzione terziaria, hanno dimostrato sempre maggiore dinamicità nello sviluppare competenze ad alto successo occupazionale attraverso i corsi offerti.

I dati del monitoraggio del sistema ITS ad oggi

INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa), su incarico del MIUR, realizza e gestisce il database degli Istituti Tecnici Superiori, contribuendo alla definizione di criteri di monitoraggio nazionale ed elaborando rapporti che coadiuvano il Tavolo Tecnico Nazionale Paritetico degli ITS.

Dal monitoraggio dell’anno passato emerge che l’83% dei diplomati ha trovato lavoro ad un anno dal diploma; di questi il 92% in un’area coerente con il percorso concluso. Nel 2013 gli occupati erano il 78%, con una percentuale di coerenza con il percorso del 86%. Inoltre, dal 2013 al 2020 gli iscritti sono oltre che triplicati.

La risposta del mondo del lavoro agli ITS

Nella grafica i dati di INDIRE sulla distribuzione degli occupati a 12 mesi per tipologia di contratto, percorsi terminati nel 2018 (valori %).

 

Il 40,8% degli occupati ITS è stato assunto con un contratto a tempo determinato o lavoro autonomo in regime agevolato, la tipologia contrattuale più utilizzata nella maggior parte delle aree tecnologiche. Le uniche eccezioni sono: Mobilità sostenibile e Sistema moda, per le quali prevale il contratto a tempo indeterminato o lavoro autonomo in regime ordinario. Nelle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione e nel Sistema meccanica, è più diffuso il contratto di apprendistato.

In un confronto 2013-2020, i dati evidenziano la costante prevalenza del contratto a tempo determinato o lavoro autonomo in regime agevolato. Crescono gli occupati con contratto di apprendistato (dal 14,2% del 2014 al 27,5% del 2018). Il contratto a tempo indeterminato o lavoro autonomo in regime ordinario invece, dopo una contrazione nel suo utilizzo tra il 2015 e il 2019, risulta in aumento nell’ultimo anno (31,7%).

Il contesto europeo delle scuole specializzanti

A una decina d’anni dal loro debutto i dati restano ancora di nicchia: le fondazioni, che gestiscono gli ITS, hanno superato quota 100, ma tutti gli studenti frequentanti sono circa 13mila; un dato di gran lunga inferiore alla Germania, per esempio, dove i giovani che frequentano sistemi di formazione terziaria professionalizzante sono 764.854. In Francia sono 529.163, in Spagna 400.341, nel Regno unito 272.487.

Inoltre, dei 187 percorsi monitorati da Miur e Indire, 96 sono vere e proprie eccellenze premiate (si trovano in Puglia, Umbria, Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, principalmente nelle aree tecnologiche della meccanica, della mobilità sostenibile, della moda). Ventinove percorsi sono – secondo il monitoraggio – insufficienti (in testa Sardegna, Calabria e Sicilia), di cui nove sono particolarmente critici.

Sembra non essere cambiata l’idea di fondo che punta a emulare il modello tedesco (il cosiddetto “modello Fraunhofer”) di centri di ricerca applicata co-finanziati da pubblico, privato e fondi competitivi europei. Rimane, infatti, invariata la proposta di istituire 7 nuovi “campioni nazionali” della ricerca e sviluppo su alcune tecnologie abilitanti, così come 20 altri enti pubblico-privati “leader territoriali”.

Per quanto lo storytelling sia attrattivo e l’intenzione lodevole, non possiamo non notare che i fondi stanziati in Italia appaiono non all’altezza della sfida rispettivo al contesto europeo: i 60 istituti del Fraunhofer tedesco a regime hanno infatti un budget di circa 2 miliardi per anno. Se si volessero raggiungere quelle performance anche in scala ridotta viene da pensare che per la fase di start-up inclusiva dell’acquisizione di asset e facilities si dovrebbero dedicare almeno 3-4 miliardi pubblici all’anno per i primi 3 anni, poi riducibili progressivamente con il subentro dei fondi privati ed europei e l’entrata a regime degli istituti. Ad oggi, solo a queste 2 misure vengono dedicati quasi 3 miliardi nei 6 anni del Piano Nazionale di Ricerca 2021-2027, nell’ottica di recuperare il gap con gli altri paesi europei.

ITS e Università: due mondi paralleli che possono intersecarsi

Sembrano anche poco chiari i tempi di attuazione: il piano prevede un ramp-up di spesa per il 2021-2022 per poi andare a regime negli anni successivi. Trattandosi di entità nuove sembra improbabile che questi potranno essere i tempi effettivi essendo nell’esperienza italiana richiesti dai 3 ai 4 anni per il solo avvio di nuove entità di questo calibro (si veda ad es. la storia di successo dell’IIT e quella dei Competence Center).

Il testo del PNRR – in perfetta coerenza con il discorso di Draghi alle camere dello scorso 18 febbraio – dedica molta attenzione al tema, oltre a ben 1,5 miliardi di fondi per rafforzare gli ITS puntando a raddoppiare il corpo studenti e ad altri 500 milioni per favorire le collaborazioni con le Università.

Nell’esperienza delle maggiori Fondazioni ITS quest’ultimo è un aspetto fondamentale per rendere appetibile per famiglie e studenti il percorso ITS senza creare false contrapposizioni con i percorsi di laurea.

Su spinta delle imprese, molti centri di ricerca applicata, come ad esempio lo SMACT di Venezia, hanno coordinato la creazione di corsi ITS specifici: nel caso del centro di ricerca veneziano, è stato un corso ITS dedicato alla cyber-security che prevede l’attribuzione di crediti formativi verso la laurea di primo livello. Lo studente che desideri intraprendere una formazione applicativa potrà dunque frequentare il corso ITS senza precludersi il percorso alla laurea, aspetto questo molto importante sia per non frustrare le giuste ambizioni e il potenziale dei giovani sia per venire incontro alle percezioni delle famiglie.

Questo corso, come altri, hanno quindi coordinato i contenuti formativi con l’Università con cui hanno collaborato sul territorio, programmando anche una serie di corsi elettivi online integrativi erogati direttamente dall’Università che danno diritto a cumulare crediti sufficienti per mirare alla laurea in 2 anni di ITS più 2 anni universitari (un percorso di eccellenza negli ITS che è stato definito 2+2).

La collaborazione diretta con l’Università in particolare con i consigli di corso di studio e i professori coinvolti nei percorsi di formazione che poi dovranno riconoscere i CFU (Crediti Formativi Universitari) è un elemento fondamentale per il successo della formula e genera valore per entrambe le parti potendosi realizzare con la creazione di risorse ad hoc anche nelle università o attraverso la creazione di laboratori condivisi.

Questo schema, che può apparire come una best practice per le misure attuative del PNRR, ottiene al contempo di rendere l’ITS attrattivo per studenti e famiglie, di ridurre il numero di drop-out dalle facoltà STEM tenendo gli studenti ITS legati ai corsi di laurea, e di creare collaborazione anziché competizione con le Università.

La prospettiva degli studenti

Nella prospettiva degli studenti, i corsi ITS appaiono come un ottimo percorso formativo che permette l’entrata nel mondo del lavoro: intervistati dal Corriere della Sera, alcuni studenti della Fondazione ITS per le Nuove tecnologie della vita (con sedi a Roma e Pomezia) rispondono di aver intrapreso il proprio percorso tecnico specializzante in seguito ad un percorso universitario infruttuoso.

In settori molto specifici (quale ad esempio l’ambito farmaceutico) è richiesta una formazione maggiormente tecnica per l’entrata in azienda: perciò il sistema ITS sta ad oggi giovando a coloro che vi si iscrivono. Questi corsisti rispondono direttamente alle richieste delle aziende sul territorio, che non si devono impegnare in formazioni all’entrata di un nuovo lavoratore.

Giorgio Maracchioni, presidente della Fondazione, spiega che il rapporto di collaborazione con Farmindustria e le aziende sul territorio che offrono gli stage agli studenti, ha giovato notevolmente sul tasso di occupazione in questo settore.

Nonostante l’ottimo lavoro svolto dalle fondazioni in questi anni, sempre secondo il presidente Maracchioni, c’è ancora da impegnarsi, e molto, per mitigare il gap numerico di formazioni rispetto a Francia, Germania e Canada: “Sicuramente è un problema di risorse e di infrastrutture. Ma è un problema anche di conoscenza. Le famiglie devono conoscere di più il sistema degli ITS. Bisogna potenziare le attività di orientamento per avere più persone che scelgono con consapevolezza. Questi non sono corsi di serie B”.

Le figure professionali richieste dalle aziende

Gli ITS creano occupazione, e i monitoraggi rilevano un continuo incremento di tutte le voci: diplomati (49,9%), occupati (52,5%) e occupati in un’area di lavoro coerente (53%).

occupati per area tecnologica

Percentuale di occupati per area tecnologica e ambiti del Made in Italy, dati monitoraggio INDIRE.

Le aree tecnologiche con le migliori performance occupazionali sono: le Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – Turismo (86,4%), la Mobilità sostenibile (83,6%) e per l’area Nuove tecnologie del made in Italy, il Sistema meccanica (92,1%) e il Sistema moda (86,9%). Esiti occupazionali meno significativi, per quanto rilevanti, si registrano per le Nuove tecnologie della vita (75,7%) e, per l’area Nuove tecnologie del made in Italy, negli ambiti Sistema casa (71,0%) e Servizi alle imprese (72,6%).

L’analisi del tasso di occupazione per figura nazionale ha permesso di individuare quelle che, in termini occupazionali, riescono ad ottenere i risultati migliori.

Tra le prime figure per tasso percentuale di occupati:

  • 2 afferiscono al Sistema meccanica/Nuove tecnologie per il made in Italy (Tecnico superiore per l’automazione ed i sistemi meccatronici 92,6% e Tecnico superiore per l’innovazione di processi e prodotti meccanici 91,4%).
  • 1 alle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tecnico superiore per le architetture e le infrastrutture per i sistemi di comunicazione 96,1%).
  • 1 alle Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – Turismo (Tecnico superiore per la produzione/riproduzione di artefatti artistici 91,7%).
  • 1 al Sistema moda/Nuove tecnologie per il made in Italy (Tecnico superiore di processo, prodotto, comunicazione e marketing per il settore calzature moda 92,1%).

Tra le figure nazionali che invece registrano i tassi di occupazione più bassi:

  • 1 afferisce al Sistema casa/Nuove tecnologie per il made in Italy (Tecnico superiore per l’innovazione e la qualità delle abitazioni 61,1%).
  • 1 all’Efficienza energetica (Tecnico superiore per l’approvvigionamento energetico e la costruzione di impianti 65,4%).
  • 1 alle Nuove tecnologie della vita (Tecnico superiore per il sistema qualità di prodotti e processi a base biotecnologica 66,2%).
  • 1 alle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tecnico superiore per l’organizzazione e la fruizione dell’informazione e della conoscenza 67,9%).
  • 1 ai Servizi alle imprese/Nuove tecnologie per il made in Italy (Tecnico superiore per la sostenibilità dei prodotti 71,9%).

Come riportato dai dati, il processo di innovazione abbracciato dal sistema ITS sta producendo negli anni notevoli benefici. Le imprese giovano della maggiore formazione tecnica posseduta dagli studenti, facilitando -per la prima- i rischi derivati dalle assunzioni.

Per quanto il percorso che porti l’Italia ad avere un sistema ITS al pari di Francia o Germania sia ancora lungo, i passi fatti fino ad ora sono assolutamente notabili, ma forse degni di maggiore attenzione e una migliore comunicazione in merito.

 

Approfondimenti

 

cover image credit: Cooper Hewitt, Smithsonian Design Museum (Accession: 1962-114-1)



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