La risonanza delle fake news

Home / Blog / Design / La risonanza delle fake news29 Gennaio 2021La risonanza delle fake news

Fake news è un termine inglese (in italiano detto “bufale”) volto a indicare e definire quei tipi di notizie contenenti informazioni deliberatamente falsate, utilizzate per manipolare e influenzare l’opinione del pubblico. I principali motivi della circolazione di questo tipo di operazioni sono di natura personale, politica o economica. La diffusione di notizie fittizie non è affatto una nuova strategia: articoli che diffondono menzogne e propaganda esistono dai tempi della nascita della carta stampata. La differenza è che oggi, con lo scambio di informazioni digitali, le fake news sono diventate un fenomeno online difficile da tenere sotto controllo. Ad esempio, ad esse è correlata la tecnica dei clickbait, ovvero l’uso titoli sensazionalistici miranti a portare più clic alla pagina web e, dunque, più entrate pubblicitarie. Essi attirano l’attenzione perché costruiti in modo tale da sembrare accattivanti e spettacolari, ma, in realtà, hanno dietro contenuti non troppo interessanti.

Vi sono quattro tipi di fake news più comuni, fra cui la disinformazione mirata, che si basa sull’inserimento non verificato di messaggi fittizi sulle piattaforme online, volto a influenzare gruppi particolarmente sensibili di utenza; i falsi titoli di testa, ovvero quei titoli fuorvianti che presentano fatti inattendibili come reali e che non corrispondono al contenuto del testo; i messaggi virali, la cui continua circolazione svia da un corretto controllo dell’autenticità degli stessi e le notizie satiriche, le quali, mescolando dibattiti ed eventi fittizi ad essi legati, utilizzano un espediente stilistico volto ad attirare attenzione o denunciare cattive condotte politiche, con il pericolo di oscurare la componente umoristica.

Il rinforzo delle credenze

Perché crediamo nelle fake news? Il motivo per cui diamo tanto credito alle bufale è di natura psico-sociologica. Alla base vi è la complessità della società in cui viviamo, il cui costante dinamismo e la produzione esponenziale di dati, fanno sì che il nostro cervello tenda a semplificare gli input costantemente ricevuti, così da evitare troppi sforzi di elaborazione.

Molto di ciò che consideriamo valido proviene dalla sollecitazione emotiva che ne ricaviamo, la prima ad attivarsi di fronte a un impulso, e con essa tutti i meccanismi di conferma verso le fonti che ci attirano. Quindi, il credito che diamo a una notizia dipende dall’affinità con il contesto da cui essa proviene: sui social l’influenza della propria cerchia sociale è un fenomeno fortemente enfatizzato dalla filter bubble, un algoritmo che suggerisce cosa leggere in base alle informazioni su di noi, così da metterci a confronto con proposte o temi già affini al nostro sistema di credenze. (Parliamo di bolle di disinformazione anche in un altro nostro articolo).

Particolare attenzione, in tal senso, va data allo specifico fenomeno percettivo dell’hostile media effect, messo in luce da alcuni psicologi sociali dell’Università di Stanford, fra cui Robert P. Vallone. Si tratta di una sindrome secondo cui chiunque abbia un’opinione radicata vorrebbe che tutti la condividessero, e quando questo non succede, la reazione è quella di pensare che il mondo abbia torto, o che stia tramando consapevolmente per sostenere la tesi avversa. Si pensi alle teorie del complotto e ai movimenti che da esse possono derivare: QAnon è, in tal senso, un esempio emblematico.

In tal caso, si tende a dare molta più attenzione agli spezzoni di cronaca considerati ostili al proprio pensiero: un atteggiamento contro-intuitivo, poiché di solito le persone danno retta soprattutto alle evidenze che confermano le proprie opinioni (si tratta del cosiddetto bias di conferma). Quello che qui, invece, succede è che viene a incrementarsi la percezione distorta di ostilità in relazione a quanta risonanza ha la notizia considerata avversa, e quindi a quanto viene vista come capace di influenzare.

Un processo del genere, scontrandosi con la realtà dei social network, rende ancor più difficile distinguere le notizie reali dalle fake news, poiché non consente lo sviluppo di un atteggiamento capace di informarsi in maniera completa ed equilibrata.

Il meccanismo del discredito

Eccoci al punto: quando parliamo di realtà è quasi impossibile sradicarci da quella che ne è la rappresentazione, o meglio, la narrazione. Le cose intorno a noi, una volta entrate nel nostro focus di attenzione, diventano la rappresentazione e poi il racconto che ne facciamo. Annamaria Testa, nota esperta di comunicazione, riflette su Internazionale intorno al modo in cui la mappatura che ci costruiamo per interfacciarci con il reale, possa venire strumentalmente e brutalmente modificata, e chiama questo particolare fatto “meccanismo del discredito”. È esattamente di questo che parliamo quando ci chiediamo come mai le fake news abbiano tanto credito. Quello che succede quando, ad esempio, leggiamo tweet particolarmente accaniti, è che ci ritroviamo di fronte a una nuova narrazione che, nel momento in cui viene a diffondersi,  “ha valore” non in quanto veritiera, ma per il solo fatto di esistere in quanto narrazione.

E se la disinformazione è un fatto molto antico, quello che qui si intende sottolineare è la pervasività del meccanismo del discredito, che mai quanto oggi è stato facile da attivare: lo si innesca con procedimenti molto semplici, come, ad esempio, la deformazione delle caratteristiche degli antagonisti. Inoltre, è un meccanismo duro a incepparsi: screditare è molto più facile che argomentare, e, in qualche misura, più utile, proprio perché non dà facile accesso alla confutazione. Una volta che si cerca di contrastare una narrazione screditante, si finisce solo per darvi più risonanza. Fin quando non verrà a saturarsi questo continuo gioco di contrapposizioni sarà molto difficile sfuggire all’attivazione di tale meccanismo.

Il rapporto fra fake news e potere

Il fenomeno delle fake news è inscrivibile in una panoramica più generale sul rapporto fra la realtà e il suo racconto. Una lettura in chiave storica sulla relazione fra l’uomo e l’informazione permette di mettere in rilievo la tensione tra l’urgenza di raccontare cosa accade, e la labilità del racconto stesso.

Si pensi alla sofistica, la quale vide, per la prima volta nella storia, nella retorica l’elemento fondamentale di garanzia del potere. L’arte del persuadere e dell’argomentare viene, infatti, usata per creare la verità tramite la manipolazione delle opinioni. Va da sé che se la verità non si pone più al di là dell’individuo ma è strettamente relativa a quest’ultimo, allora diviene necessario lavorare sulle opinioni degli individui per orientarle verso uno specifico vantaggio. Il potere non sarebbe espressione, dunque, dell’aderenza a valori comuni e accettati, ma proprio di tale capacità manipolativa.

Le informazioni hanno sempre avuto un rapporto simbiotico con il potere: esse servono ad orientare la percezione che l’uomo ha della realtà. La distorsione narrativa dei fenomeni del mondo è strettamente connessa al controllo dell’opinione pubblica: vi è, allora, un’intima relazione fra la nascita delle masse e il problema della disinformazione. Lo scopo è quello di esercitare un costante controllo sul modo di raccontare la realtà, in modo tale da garantire l’uniformità e la compattezza delle visioni sul mondo.

Con l’avvento di internet, questo meccanismo si è amplificato, trovando un terreno fertile: sul web le informazioni circolano da un canale all’altro senza sosta, in simbiosi con i ritmi frenetici del flusso digitale, i quali rendono sempre più complesso risalire alla verità dei fatti. Alla luce della diffusione di informazioni manipolate ad arte o semplicemente non basate su fatti reali, viene da chiedersi, allora, quali siano le conseguenze di un processo invasivo come quello della circolazione delle fake news nel World Wide Web. Oggi è facile creare, distribuire o manipolare contenuti su Internet, e, inoltre, la maggioranza delle persone si informa sugli eventi esclusivamente online. Una delle conseguenze è che, se da un lato le informazioni diventano, così, pseudo-democraticamente accessibili a tutti, dall’altro, non sottostando ad un meccanismo di verifica e di controllo, promuovono scetticismo e rendono complicati i confronti e la risoluzione dei conflitti in maniera univoca.

Per un futuro più sicuro

Ciò porta a riflettere sull’evoluzione del panorama che si è delineato davanti a noi in questi anni: questa è un’epoca in cui le informazioni sono scarsamente verificate, continuamente fruibili e fruite con frenesia e quindi  con poca concentrazione e attenzione, e molto poco tempo per essere opportunamente filtrate. Inoltre, il tracciamento attuato da Google e dai social network sul nostro comportamento ci espone al rischio costante di vedere solo ciò che gli algoritmi filtrano per noi, incrementando, in tal modo, la nascita di interazioni solo tra persone accomunate dagli stessi pensieri. In queste condizioni appare probabile che si venga a ridurre la possibilità di un confronto costruttivo e di crescita condivisa.

Le fake news sono figlie della sfiducia verso le figure di riferimento tradizionali, quali le istituzioni o le fonti scientifiche: tale è l’effetto collaterale della democratizzazione del sapere, sollecitata dalla facilità dell’accesso alle informazioni che Internet ha concesso.

Il panorama che si viene ad aprire con l’avvento delle fake news nell’Era Digitale sembra inesorabile, e in effetti è molto difficile riuscire a orientarsi in un mondo così complesso e dinamico come quello dei social network. Quello che ci si auspica è che vengano garantiti maggior sicurezza e controllo, possibili anche attraverso l’introduzione di regolamentazioni e normative sulla diffusione di contenuti. Probabilmente ciò avverrà solo grazie ad un’educazione più completa e attenta allo sviluppo del pensiero critico.

 

Approfondimenti

cover image credit: The Met (Objcet: 1101 /  Accession: 1980.502.73)



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