The Social Dilemma. Dipendenza, bolle e disinformazione

Home / Blog / Design / The Social Dilemma. Dipendenza, bolle e disinformazione16 Ottobre 2020The Social Dilemma. Dipendenza, bolle e disinformazione

Il documentario

L’attenzione di chi studia i mezzi di comunicazione e di chi osserva i mutamenti nei comportamenti delle persone in relazione all’uso delle tecnologie digitali, vede nella pervasività dei social network un fattore altamente critico. Non è un fatto nuovo, si parla infatti spesso dell’utilizzo massiccio di app social, che si arricchisce continuamente di nuove ricerche e analisi. E anche di storie ben documentate, come nel caso del recente documentario “The Social Dilemma”, disponibile su Netflix.

Il regista statunitense Jeff Orlowski aveva già diretto il documentario “Chasing Coral”, sul tema della progressiva sparizione delle barriere coralline, e “Chasing Ice”, che esplorava il disastroso impatto del riscaldamento globale sui ghiacciai del circolo polare artico. Il filo conduttore dei tre progetti è proprio l’intento, secondo le parole dello stesso Orlowski, di analizzare i principali problemi della nostra società: il cambiamento climatico e la “minaccia esistenziale” della tecnologia.

Tra gli intervistati ci sono alcuni tra i massimi esperti del settore: Aza Raskin, precedentemente impiegato da Mozilla Firefox e in seguito co-fondatore del Center for Humane Technology (CHT), Justin Rosenstein, cofondatore di Facebook, Shoshana Zuboff, professoressa ad Harvard University e autrice de “Il capitalismo della sorveglianza”, Jaron Lanier, sviluppatore e autore del libro “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”. La maggior parte degli interventi e lo sviluppo dell’analisi sono affidati a Tristan Harris, compagno alla Stanford University del regista, ex design ethicist di Google e fondatore del CHT. Delle attività e della missione del CHT parleremo in un prossimo contenuto sul blog di YATTA!

Secondo Orlowski, l’obiettivo di “The Social Dilemma” è quello di svelare i meccanismi che si nascondono dietro le piattaforme social che quotidianamente vengono usate da milioni di persone, attraverso le testimonianze dei loro stessi sviluppatori. Sebbene il documentario sveli una realtà di cui siamo tutti a conoscenza, almeno come percezione diffusa, il suo pregio è quello di aiutare a chiarire e a confermare i peggiori sospetti. Infatti, sono proprio gli stessi creatori, designer e sviluppatori dei social media che mettono in discussione le conseguenze del loro lavoro, in molti casi ex-lavoro.

Due sono gli obiettivi delineati dagli interventi: attuare un cambiamento radicale nel design delle applicazioni e portare ad una maggiore consapevolezza dell’utilizzo dei dispositivi e dei software che vi sono installati. L’orizzonte è il riequilibrio della “asimmetry of power and understanding of what exactly is hiding on the other side of your screen” (Orlowski).

Nello sviluppo del documentario sono offerti principalmente tre punti di vista da cui analizzare l’impatto dei social media nella nostra società:

  • dipendenza
  • catalizzatori di polarizzazione politica
  • causa della disinformazione

Social media come dipendenza

Negli ultimi anni la psicologia comportamentista si è occupata di analizzare la questione. Ha descritto il rapporto che si instaura tra il nostro cervello e gli stimoli provenienti dai social media in base al “modello stimolo-risposta”.Per comprendere questo tipo di teoria  è utile fare riferimento a Pavlov, psicologo russo del XX secolo, noto per aver condotto per primo un esperimento, che successivamente ha preso il nome “il cane di Pavlov”.  Pavlov aveva osservato che quando presentava del cibo al suo cane la sua salivazione aumentava. Decise, allora, che prima di ogni pasto del cane avrebbe fatto suonare una campanella. Questa sequenza di azioni venne ripetuta fino al punto in cui, al solo suono della campanella, cioè senza offrire il cibo come fatto fino a quel momento, la salivazione aumentava. In altri termini il cane aveva collegato ad uno stimolo casuale un preciso significato: il cibo stava per arrivare. L’associazione prodotta tra cibo e campanella ha preso quindi il nome di “riflesso condizionato”.

Questo famoso esperimento è utile per comprendere quello che avviene nel nostro cervello quando subiamo uno stimolo da qualche social network.  Secondo Greenfield, psicologo e professore di psichiatria all’Università del Connecticut, quando ci arriva una notifica sul nostro smartphone che ci avvisa di un nuovo messaggio o di un nuovo post, le cellule del cervello rilasciano dopamina, un neurotrasmettitore del sistema di ricompensa del cervello, che ci fa provare piacere. Ed è proprio il bisogno di provare questo piacere in maniera sempre crescente che causa la nostra dipendenza. Semplificando, le notifiche dei social media hanno trasformato gli esseri umani nel cane di Pavlov.

Anna Lembke, psichiatra della Stanford University ed esperta di dipendenze, ha studiato approfonditamente il tema in relazione a droghe, alcool e gioco d’azzardo. Nell’ultimo periodo ha incluso nelle sue ricerche anche la dipendenza da smartphone, considerata come un naturale prolungamento dell’oggetto dei suoi studi. I problemi che riscontra nei suoi pazienti sono  “[…] related to behavioural addictions like pornography and gambling [and] are mostly consumed through the Internet. There is also addiction to the Internet itself, including social media”. (Lembke)

Tuttavia, Lembke sostiene che possedere uno smartphone non coincide con lo sviluppo della dipendenza, ma che comunque bisogna essere molto consapevoli sull’utilizzo che se ne fa, perché potrebbe generare comportamenti patologici.

Social media come catalizzatori di polarizzazione politica

Secondo “Il rapporto sul consumo di informazione” del 2018 redatto da Agcom, i social network rappresentano la principale fonte di informazione per la maggior parte degli italiani (55%). Oltre alla qualità delle notizie che vengono condivise online, di cui tratteremo in seguito, un grande problema risiede nella selezione delle notizie fatta dagli algoritmi dei social network.

Il feed delle notizie non fa che confermare, attraverso i contenuti che propone, i presupposti culturali dei singoli lettori. In questo modo si creano delle cosiddette echo chambers, una sorta di bolle in cui gli utenti sono esposti ad informazioni che rientrano già nel loro orizzonte di convinzioni.

Perché confermare le convinzioni che già si possiedono e non aiutare lo sviluppo di un pensiero critico? La spiegazione è piuttosto semplice. Più tempo l’utente passa sulla piattaforma, maggiore sarà la fruizione dei contenuti informativi, ma soprattutto di quelli pubblicitari. Il business model di compagnie quali Facebook, Twitter e Instagram, si basa proprio sulla vendita degli ads fortemente targettizzata, sugli interessi degli utenti, per un fatturato totale di 43.780 mld di dollari solo nel 2017. È più redditizio, allora, indirizzare gli utenti verso contenuti che con certezza li interessano, assicurandosi un maggiore tempo di connessione. In questa visione, l’obiettivo di informare i cittadini attraverso visioni e opinioni diverse passa decisamente in secondo piano.

Nell’ultima decade l’analisi delle conseguenze di un’informazione targettizzata è diventato oggetto di diversi studi e inchieste. Tra questi, molti affermano che la principale conseguenza è l’aumento della polarizzazione. Per polarizzazione si intende “il risultato individuale di quel processo sociale di separazione e frammentazione della popolazione in gruppi distinti, separati e non comunicanti tra loro su tematiche divisive di natura politica” (Sunstein, C. R. (2002), “The Law of Group Polarization”, Journal of Political Philosophy).

In sostanza, i social media attraverso le notizie che scorrono nel feed presentano agli utenti sempre e solo la stessa posizione o la stessa visione. Immaginando che questo accade per 2.7 miliardi di persone, che sono gli attuali utenti di social media, si delinea un quadro dove il confronto tra parti diverse diventa sempre meno frequente, i gruppi diventano più chiusi sulle loro convinzioni e un sano dibattito a più voci sempre più complesso da mettere in pratica. Tristan Harris, fondatore del CHT, arriva ad affermare che, continuando in questa direzione, viene messa in discussione l’idea stessa della democrazia e i suoi principi fondanti.

In un altro studio, invece, si mette in luce come l’opinione degli utenti possa essere influenzata in questo caso dai motori di ricerca. Infatti, l’ordine nel quale appaiono i risultati influisce molto sulla loro credibilità: quelli più in alto sono considerati più affidabili rispetto a quelli in basso. Ma bisogna considerare che le voci che appaiono più in alto spesso sono annunci a pagamento o sono contenuti premiati per aver rispettato i criteri di scrittura della SEO, entrambi criteri che non garantiscono necessariamente la qualità. I ricercatori, quindi, si sono chiesti se fosse stato possibile, manipolando il motore di ricerca, influenzare le opinioni degli elettori in un contesto di elezioni democratiche. Effettivamente, il risultato dell’esperimento mostra non solo che ciò è possibile, ma anche che il margine è piuttosto elevato: oltre il 20% di elettori indecisi hanno cambiato opinione rispetto alle idee di partenza.

Social media come causa della disinformazione

Abbiamo già visto quale sia il peso dei Social Network nella selezione delle informazioni e delle notizie, e come i motori di ricerca possano influenzare le opinioni degli utenti, resta ora da esplorare quale sia il valore di queste notizie.

Ormai, il fenomeno delle “fake news” è riconosciuto largamente nella nostra società. La definizione della Treccani aiuta a mettere in luce i suoi punti salienti. La locuzione è usata “per designare un’informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero, divulgata […] attraverso il Web […] e caratterizzata da un’apparente plausibilità, quest’ultima alimentata da un sistema distorto di aspettative dell’opinione pubblica e da un’amplificazione dei pregiudizi che ne sono alla base, ciò che ne agevola la condivisione e la diffusione pur in assenza di una verifica delle fonti”. In altre parole, le fake news fanno leva sulla manipolazione dei contenuti per farli apparire più accattivanti, fuori dal comune, interessanti, così da emergere prepotentemente in un panorama di saturazione dell’informazione. Ad esempio, in Italia, secondo Agcom, il 24% di coloro che usano i social network per informarsi li ritiene pienamente affidabili.

In un Ted Talk del 2017, Tristan Harris spiega molto bene come funzionano le “fake news” e perché sono così presenti online. L’ex design ethicist di Google sostiene che il sentimento dello sdegno o dell’indignazione (ingl. outrage), che proviene dalla lettura di notizie false o manipolate, è un modo efficace per catturare la nostra attenzione. Il newsfeed di Facebook, in maniera volontaria o meno, trae enorme beneficio dall’indignazione non solo perché causa una reazione emotiva nell’utente che lo farà rimanere connesso, ma perché lo porta anche a condividere quella reazione con altre persone. Se Facebook, infatti, avesse la possibilità di scegliere tra un newsfeed composto da solo fake news o da notizie piene di sdegno e un newsfeed “calmo”, Harris sostiene che la piattaforma sceglierebbe il primo, semplicemente perché funziona meglio nell’attirare la nostra attenzione. La sua chiusa è indicativa: dal momento che da questo meccanismo si può trarre guadagno la situazione non potrà che peggiorare.

La precisione di questi algoritmi e talmente elevata che si può addirittura generare una notizia falsa ad hoc e indirizzarla agli utenti più vulnerabili. Le conseguenze sono sorprendenti. È stato studiato su un campione di oltre 3000 elettori che le fake news possono addirittura riscrivere la nostra memoria creando un falso ricordo. Molti degli intervistati sono solo consideravano la fake news come realmente accaduta, ma aggiungevano ricchi particolari per descriverla, come particolari sul luogo dell’evento, sulla data e così via.

 

Per approfondire:

 

cover image credit: The Met (Object: 37556)



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