Musei a favore dell’Open Access

Home / Blog / Design / Musei a favore dell’Open Access2 Ottobre 2020Musei a favore dell’Open Access

Uso di risorse Open Access nei Musei

Sulla scia della liberalizzazione della conoscenza scientifica, anche i musei stanno cominciando ad adottare politiche di Open Access relativamente alle opere in loro possesso.

Negli ultimi anni, con il crescente sviluppo dei social network e la diffusione degli smartphone, anche per le istituzioni culturali è diventata sempre più evidente l’urgenza di implementare la loro presenza online e allo stesso tempo elaborare strategie vincenti per la diffusione del loro patrimonio. Come esempio di questo nuovo tipo di politica si può pensare alla rivoluzione a livello di comunicazione e gestione dei social della Treccani, che dal 2018 è attiva su Instagram con la pagina Treccanigram. All’interno dei musei questa necessità si fa ancora più pressante. Infatti, gli spettatori non vogliono più essere dei fruitori passivi, ma vogliono partecipare attivamente: Internet sembra aprire la strada per queste nuove prospettive.

In prima battuta, alcuni musei avevano cominciato a digitalizzare in alta definizione le proprie collezioni, ma stabilendo una tariffa per poter usufruire delle immagini. Questo primo esperimento, però, non fu particolarmente lungimirante. Si comprende bene, infatti, che imporre un prezzo da pagare agli utenti per l’uso di immagini reperibili gratuitamente su Internet non sembra essere una strategia vincente: non accresce la visibilità del museo, le immagini sono difficili da reperire o anche semplicemente da cercare.

A questo proposito Marete Sanderhoff, responsabile dello sviluppo digitale dello Statens Museum For Kunst di Copenaghen, afferma: “Molti musei perdono più soldi di quanti ne guadagnino con le tariffe di riproduzione. Una cosa che non si trova su Internet non esiste”.

L’iniziativa dello Smithsonian Institute

Alcune istituzioni hanno, allora, cominciato ad avvicinarsi al movimento dell’Open Access e farne propri gli obiettivi e le motivazioni. Per esempio, lo Smithsonian di Washington ha reso completamente libere da diritti d’autore 2.8 milioni di immagini della sua collezione in alta risoluzione.

Secondo la prospettiva del museo, questa politica di liberalizzazione non solo permette una diffusione più ampia e senza barriere dei contenuti, ma incoraggia anche i “visitatori 2.0” a usare e trasformare le opere secondo le loro necessità e includerle nei loro processi creativi.

Infatti, il tipo di licenza scelto dallo Smithsonian è quello che permette la maggiore accessibilità, CC0, detto anche public domain. La CC0, in sostanza, posiziona l’opera nel dominio pubblico, facendo venire meno ogni tipo di restrizione d’uso per l’utente.  Per dare un’idea delle diverse possibilità di utilizzo del patrimonio digitale, sul sito web del museo c’è una pagina dedicata ai remix delle immagini messe a disposizione, che crea una sorta di “para-collezione” arricchita dal contributo degli utenti.

Molti altri musei, americani ed europei, hanno seguito la stessa strada come il Rijksmuseum di Amsterdam, il Metropolitan Museum of Art, l’Art Institute di Chicago e Paris Musées. Tuttavia la quantità delle immagini rilasciate dallo Smithsonian non ha precedenti.

Open GLAM

La maggior parte di queste istituzioni è entrata a far parte di Open GLAM, una organizzazione internazionale che sostiene e promuove la digitalizzazione del patrimonio di biblioteche, gallerie, archivi e il loro libero accesso. GLAM è un acronimo per “galleries, libraries, archives, museums”, accomunate da politiche di apertura in merito alla conoscenza e al patrimonio.

Per Open GLAM, se un’opera non è più coperta dai diritti d’autore, perché scaduti, e si trova nel dominio pubblico, tale deve rimanere anche la sua versione digitale. I musei, allora, possono scegliere di rendere disponibile la loro collezione sotto la licenza CC0, come nel caso dello Smithsonian, oppure sotto le licenze Creative Commons, che, sebbene presentino qualche limitazione sul diritto d’autore, lasciano comunque ampio margine di riutilizzo e di condivisione.

Questo nuovo tipo di politiche museali ha portato molti benefici, al contrario di tutte le aspettative. I direttori dei musei temevano che una politica di apertura verso l’Open Access avrebbe ridotto le entrate sia per una minore affluenza che per la perdita delle rendite dalle licenze fotografiche. In realtà molti musei hanno dichiarato un aumento di interazione con il pubblico attraverso le piattaforme digitali, sia a livello di quantità di utenti, che di feed back. Inoltre, la costante presenza online del museo permette una maggiore visibilità delle attività, della collezione e un generale miglioramento del “brand-museo”. Jane Alexander del Cleveland Museum of Art, che dal 2019 ha cominciato ad avvalersi delle politiche Open Access, afferma di aver riscontrato anche una maggiore revisione delle informazioni sulle opere e un legame più stretto con studiosi ed esperti del settore.

La nuova direzione presa dai musei sta sradicando anche una mentalità di protezione delle risorse che rendeva difficile la comunicazione e la collaborazione tra le diverse istituzioni culturali.

Lo Städel Museum di Francoforte, una novità

Recentemente anche lo Städel Museum di Francoforte ha rilasciato 26.000 immagini, appartenenti a 700 anni di Storia dell’Arte, sotto la licenza Creative Commons CC BY-SA 4.0, che richiede all’utente di citare il museo nei crediti della foto.

Lo Städel Museum ha sottolineato come, a causa dei limiti imposti dallo spazio fisico delle sale, l’intera collezione di oltre 110.000 opere non potesse mai essere esposta nella sua interezza. Con la digitalizzazione, iniziata nel 2013, lo spazio oltrepassa i limiti delle sale permettendo una fruizione che sarà sempre più completa della collezione.

La principale novità apportata dal museo alla prassi di digitalizzazione è la classificazione delle opere. Lo Städel ha costituito un complesso sistema di tag e meta tag che permette alle opere di essere ordinate sia secondo i criteri più comuni come l’ordine cronologico o l’autore, sia secondo quelli più specifici come i soggetti rappresentati, le tecniche usate, gli oggetti ricorrenti. Per fare ciò, è stato utilizzato lo standard Iconclass, un complesso linguaggio che descrive e suddivide le risorse visive d’arte e di iconografia. Iconclass, tra i vari linguaggi di classificazione in questo campo, è il più largamente accettato e diffuso anche nella comunità scientifica.

In definitiva, l’operazione messa in atto dallo Städel è una classificazione accurata in termini di temi e di informazioni che utilizza uno standard ampiamente diffuso. Ciò comporta almeno tre vantaggi decisivi.

Il primo vantaggio riguarda l’interoperabilità delle collezioni. Infatti, la costituzione di un solido sistema di classificazione pubblico delle opere che usa uno standard riconosciuto permetterebbe di creare delle piattaforme di comunicazione tra diverse istituzioni culturali. L’esperimento messo in atto secondo il museo, pone le basi per un futuro di condivisione attraverso cross-collection platforms.

Un’altra conseguenza positiva di questa operazione è la possibilità di fare ricerche personalizzate, secondo la curiosità e la necessità dell’utente e seguendo percorsi non convenzionali. Se ogni visita del museo nella vita reale è diversa dalle altre, anche quella del museo digitale deve rispecchiare questa differenziazione. Ci si muove verso un’idea di museo “customized” per il singolo utente, che permette un maggiore coinvolgimento e anche una maggiore vicinanza tra istituzione e pubblico.

In questo modo i visitatori possono ricercare un’opera che già conoscono in base al titolo o in base all’artista. Dei banner laterali suggeriranno delle opere coeve per delineare il contesto artistico di un determinato periodo. Potranno, però, esplorare il museo anche attraverso la ricerca di temi, oggetti, motivi ricorrenti, simile atmosfere seguendo percorsi associativi, che sono una assoluta novità per un sito museale. La collezione non sarà più un inventario cronologico, ma diventerà uno stimolo costante per nuove associazioni e idee.

Infine, un ultimo grande pregio dello Städel è stato quello di creare un sito che fosse molto facile da navigare. Nonostante la specificità dei linguaggi utilizzati e l’enorme lavoro tecnico e scientifico di preparazione, l’interfaccia risulta pienamente usabile per un qualsiasi tipo di utente. Infatti, chi si troverà a usare il sito molto probabilmente avrà un background storico-artistico, piuttosto che uno informatico. A tal fine, ogni opera è corredata da una scheda che riporta vari livelli di informazioni, tra i quali è estremamente facile orientarsi:

  • Informazioni tecniche: dimensione, collocazione all’interno delle sale
  • Basic information: autore, data, autore, periodo storico
  • Proprietà e Acquisizione: data di acquisizione e tipo di copyright
  • Contenuto dell’opera, a sua volta diviso nelle tag di Motifs and Reference e Iconclass.

In Italia, l’esperimento di Brera

la Pinacoteca di Brera ha messo in atto l’unico esperimento rilevante in questo senso in Italia. Dal 2016, anno in cui è stato inaugurato il nuovo sito web, è possibile accedere liberamente alla digitalizzazione quasi completa della collezione della galleria online. Le immagini messe a disposizione sono ad alta risoluzione e possono essere scaricate, riusate e perfino condivise sui social network, con un collegamento diretto.

Tuttavia la Pinacoteca impone delle limitazioni per gli usi commerciali delle immagini, che devono essere sottoposte ad un consenso diretto da parte del museo. Inoltre, come dichiara Marco Toscano, responsabile della comunicazione di Brera, la Pinacoteca non ha deciso di usare i Creative Commons, che pure sono internazionali e permettono una comprensione chiara dell’uso che si può fare dell’immagine, perché il museo si riserva di valutare le specifiche destinazioni delle immagini.

Toscano aggiunge una riflessione interessante al panorama fin qui delineato. Secondo lui, in un’epoca nella quale è possibile trovare ogni tipo di risorsa online, le istituzioni non devono cercare a tutti i costi di proteggere il loro patrimonio, ma devono piuttosto preoccuparsi di renderlo accessibile in alta qualità, con una diffusione che promuova non solo la collezione ma anche l’istituzione stessa. Il museo, infatti, non possiede un’opera d’arte ma la custodisce per condividerla con il maggior numero di persone.

 

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