Inconscio tecnologico e realtà

Home / Blog / Design / Inconscio tecnologico e realtà5 Febbraio 2021Inconscio tecnologico e realtà

La percezione e la rappresentazione del reale hanno subìto una ridefinizione dei propri linguaggi in relazione allo sviluppo tecnologico, e il digitale non è che l’ultimo passo in ordine di tempo di questo processo, comportando la comparsa di una nuova e ampia gamma di possibilità estetiche.

In un momento storico come questo, di totale intermediazione del vissuto (quante video-chiamate avete fatto negli ultimi 11 mesi?), e in cui moltissime nostre azioni si sono digitalizzate a causa della pandemia e del distanziamento sociale, può essere interessante riflettere intorno ai mezzi che utilizziamo per restare in contatto con una realtà quasi completamente, e ad oggi necessariamente, trasportata dentro uno schermo.

Qui proviamo ad iniziare un ragionamento su questi processi, partendo da un medium ormai tradizionale, che ha pur visto negli anni accelerazioni e processi di rinnovamento: la fotografia, il primo medium che ha permesso di congelare un’immagine fissa e aderente del reale, e lo faremo con lo scopo di ragionare sul rapporto fra le immagini e la realtà.

Recentemente in un’altra directory di questo blog (/work) abbiamo parlato del rilevante e Festival della Fotografia Etica di Lodi.

Il rapporto tra la fotografia e la realtà

Su Artwave, un progetto editoriale indipendente, nato nel 2018 e dedicato al mondo della cultura e dell’arte, si sostiene che della fotografia non si possa affatto dire che essa riesca a riprodurre fedelmente la realtà. La sua storia insegna che l’immagine fotografica nasce proprio con lo scopo di essere il più possibile aderente a ciò che vuole rappresentare, ma anche che abbia delle caratteristiche intrinseche che non glielo consentono. La fotografia, infatti, si afferma poi con l’intento opposto. L’oggettività che pretende di raggiungere non fa che scontrarsi, piuttosto, con la visione che il fotografo ha di una particolare porzione del reale. È quest’ultimo, infatti, a scegliere l’oggetto, a selezionarlo e prelevarlo dall’intero, e che quindi manipola la tecnica per produrre un risultato.

È certo che con l’invenzione della fotografia la percezione del mondo esterno ha subìto una profonda trasformazione. Grazie a uno strumento come la macchina fotografica l’uomo ha cominciato ad assistere ad eventi che accadono oltre i limiti della sua immediata vicinanza, trascendendo le barriere dello spazio e del tempo. Dal 1839, ovvero la data di nascita della fotografia, la divulgazione del procedimento fotografico ha certamente comportato una rivalutazione del concetto di realtà. Fino ad allora il mondo era stato raffigurato secondo le fantasie e le competenze di pittori o disegnatori, limitate ad un’indubbia trasformazione soggettiva dei dati reali delle loro esperienze, basata anche sulla capacità di manipolare la tecnica pittorica. La comparsa di un apparecchio capace di riprodurre il reale in modo compiuto e preciso, suscitò però la reazione degli artisti stessi, che decisero di orientarsi verso il massimo realismo.

Con l’avvento dell’immagine fotografica, infatti, avente come ambizione la riproduzione realistica del mondo posto di fronte l’obiettivo, si venne a configurare un nuovo tipo di veridicità, proprio perché per la prima volta veniva a porsi l’idea di un raddoppiamento del reale, ovvero della possibilità di immortalare in maniera esatta una porzione del mondo tramite il procedimento fotografico.

La fotografia si cominciò a costituire come una pratica straordinariamente oggettiva, sostenuta dal procedimento meccanico della sua realizzazione. Così, l’influenza del fotografo finiva in secondo piano, poiché l’opera veniva creata non più da un individuo ma proprio dalla luce naturale e dal mezzo stesso.

La fotografia che produce la realtà

Dal diffondersi della convinzione secondo la quale la fotografia riesca a riprodurre autenticamente il mondo, viene stimolato l’interesse di molti critici, fra cui Susan Sontag, la quale riflette in merito al rapporto fra fotografia e realtà: la Sontag sostiene che l’immagine, piuttosto, viene riconosciuta come parte integrante del reale, come fetta della sua identità e non come sua semplice riproduzione. Un ulteriore passo che vede la sostituzione della realtà con la sua immagine, la percezione del vero relegata alla sua mera rappresentazione continuamente riprodotta dall’obiettivo fotografico. L’autrice giunge quindi a riconoscere nella fotografia uno strumento capace di inventare un mondo surrogato. Ciò che si verifica tramite la diffusione sempre più pervasiva delle immagini fotografiche è la parallela incapacità dell’uomo di distinguere fra realtà e apparenza. L’oggetto fotografato sostituisce a un tratto l’oggetto stesso, al quale viene ora assicurata un’eterogeneità di modi di esistenza. La coscienza del singolo e della società si riempiono, allora, proprio di queste immagini in continua diffusione, che portano la fotografia a contribuire alla nostra rappresentazione del mondo.

L’inconscio tecnologico di Franco Vaccari

È in questo quadro che diviene interessante introdurre una figura cardine della storia della fotografia: Franco Vaccari. Uno dei più noti artisti italiani, conosciuto per aver ideato il congegno artistico definito “esposizioni in tempo reale”, in cui si evidenzia il rapporto tra l’esperienza individuale e lo spazio collettivo tramite la partecipazione dello spettatore, che può modificare l’opera man mano che l’esposizione procede. In “Esposizione in tempo reale n.4.  Lascia su questa parete una traccia fotografica del tuo passaggio” Vaccari chiedeva ai visitatori di eseguire degli autoscatti tramite una cabina Photomatic per poi lasciarli appesi su un muro. Vaccari, in queste opere, riflette intorno al tema del reale, sugli effetti della fotografia sull’identità e sulla consapevolezza dell’esserci.

Fotografia e inconscio tecnologico

Esposizione in tempo reale N.4 – “Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio”

Il punto cardine delle sue riflessioni verte intorno alla costituzione del concetto di inconscio tecnologico, un’idea secondo cui il fotografo, credendo di essere creativo, in realtà non farebbe che sottomettersi alla macchina, che lo obbliga a un comportamento stereotipato. Vaccari scrive su “Fotografia e inconscio tecnologico“:

“L’inconscio tecnologico non deve essere interpretato come pura estensione e potenziamento di facoltà umane, ma bisogna vedere nello strumento una capacità di azione autonoma; tutto avviene come se la macchina fosse un frammento di inconscio in attività”

In sostanza, la macchina fotografica agirebbe indipendentemente da cosa pensa chi la utilizza, registrando, secondo le sue proprie modalità, la realtà, che viene così restituita a un ulteriore livello simbolico, spia dell’attuale fase evolutiva dell’uomo.

Vaccari estrapola la sua idea di inconscio tecnologico dalle riflessioni di Walter Benjamin in merito al concetto di inconscio ottico, con il quale quest’ultimo intendeva tutto ciò che sfugge inconsciamente all’occhio e che la macchina è in grado di registrare. Qui l’accento viene spostato ulteriormente sulla macchina, a cui vengono attribuite facoltà che trascendono la visione umana, pure quella inconscia: l’inconscio registrato appartiene al mezzo stesso, per tale motivo viene detto tecnologico. L’intento dell’autore sarebbe quello di accrescere l’oggettività dell’immagine, epurandola dall’inconscio umano che, a prescindere dalle intenzioni oggettivanti, influirebbe sul risultato finale.

Sulla validità del concetto di inconscio tecnologico

Vaccari vuole sfatare il mito della fotografia creativa richiamando l’attenzione sulla macchina, accettandone i limiti, e riuscendo così a utilizzarla per la produzione di immagini, per dar loro una ragion d’essere molto diversa dalle tradizionali forme di rappresentazione iconica. Allo stesso tempo, però, riferire il concetto di inconscio ad una macchina, appare fuorviante perché assimilerebbe, anche se implicitamente, la macchina al mondo della vita.

Il funzionamento della macchina correlato all’inconscio potrebbe essere visto come un controsenso, poiché esso è perfettamente conoscibile e iper-razionale, mentre l’inconscio “biologico” è irrazionale per definizione, dominato da forze in contrasto con la coscienza.

La macchina fotografia non può avere un inconscio perché non ha una vita istintuale, né la capacità conscia per riconoscere i propri moventi. L’intento di Vaccari di porre lo strumento fotografico come uno sguardo altro, e autonomo, sul mondo ha valore in quanto dichiarazione poetica, ma non è credibile da un punto di vista filosofico, se fondato sul concetto psicanalitico, e quindi biologico, di inconscio.

Se ne può dedurre che Vaccari sbaglia a credere nell’esistenza di un inconscio meccanico: tecnologia e biologia andrebbero visti come due antipodi assoluti, in cui è il biologico a costruire il tecnologico. Ponendo sullo stesso piano il mondo inanimato dello strumento e il mondo della vita, Vaccari non si rende conto di aver applicato un concetto come quello di inconscio a un’entità che in realtà dipenderebbe dall’uomo, e che è governata da rapporti conoscibili, progettabili, meccanici, diversamente dall’essere biologico che sarebbe, invece, caratterizzato non da una struttura rigida e perfettamente razionale, come nel caso della macchina, ma da un insieme di relazioni adattive continuamente in evoluzione.

La manipolazione dell’artista

Quindi, se all’apparenza la fotografia viene vista come medium capace di rappresentare autenticamente e autonomamente il mondo, c’è da osservare che fin dai suoi esordi essa è stata accompagnata dalla parallela possibilità di modificare i suoi risultati. Da questa prospettiva si intuisce l’importanza del ruolo attivo del fotografo: egli è colui che confeziona l’immagine, e che quindi prende delle decisioni in merito al soggetto, all’inquadratura, e al momento dello scatto. La presunta riproduzione del reale, di fronte alla possibilità di intervenire nella configurazione stessa dell’immagine, può quindi essere consapevolmente modificata.

L’immagine fotografica ci dona piuttosto un complesso di diverse operazioni e prospettive sulla realtà. È a questo punto che diviene centrale il ruolo dell’osservatore, il quale, nel rapporto dialettico che costruisce con l’immagine fotografica, rimanda agli inevitabili condizionamenti culturali di cui è preda ogni soggetto.

I fotografi, intervenendo sulle loro opere, scalzano l’idea dell’autenticità dell’immagine fotografica e lo fanno ingannando lo sguardo dell’osservatore, possibilmente portandolo a un’interpretazione sbagliata. Tale processo è utilizzabile per generare volontariamente degli effetti: il mezzo non è, però, manipolabile solo per fini artistici, ma può portare a distorcere la realtà in maniera scientifica per interessi di parte, si pensi alla pubblicità commerciale.

Una volta sorti i dubbi sulla veridicità dell’opera rappresentata, spesso obiettivo intenzionalmente perseguito dagli artisti – si pensi ad Andreas Gursky con i suoi interventi di rielaborazione digitale –  l’effetto irritante si traspone poi sulla natura dello strumento fotografico in sé. Una volta venuta fuori la manipolazione da parte dell’artista, l’osservatore scopre un altro piano di significati, non riconducibili direttamente alla realtà.

Da queste riflessioni si può dedurre che ogni immagine del mondo non è altro che una costruzione, concetto riconducibile anche alle teorie della percezione, che indagano la modalità attraverso cui la realtà scaturisce progressivamente da quest’ultima.

Così come il nostro apparato percettivo lavora in maniera selettiva, ragion per cui ogni singolo osservatore costruisce la propria immagine del mondo, allo stesso modo gli artisti rivelano come sia illusoria l’idea che le rappresentazioni fotografiche possano essere una via privilegiata d’accesso al mondo, ma solo ad una parte limitata o falsata di esso.

 

Approfondimenti

 

cover image credit: The Met (Object: 37443 / Accession: 1989.354)



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