Economia circolare: il settore della moda

Home / Blog / Design / Economia circolare: il settore della moda10 Settembre 2021Economia circolare: il settore della moda

Negli ultimi anni si è registrato un decisivo cambio di passo per molte aziende operanti nel settore della moda. Come abbiamo già visto in un articolo sul blog di YATTA, l’economia circolare è uno dei pilastri della transizione ambientale per poter costruire un futuro più sostenibile.

L’industria della moda e i consumi

La nostra economia si basa su un modello lineare di consumo delle risorse, che si traduce nel classico modello di sviluppo economico “estrazione – uso – rifiuto”. Questa struttura comporta notevoli danni per gli ecosistemi e una sconfinata produzione di rifiuti.

Basti pensare che, per produrre un chilo di cotone – lo stesso quantitativo che serve per realizzare un paio di jeans – serve l’equivalente di dieci anni di approvvigionamento d’acqua potabile per una persona. Dieci anni. Si stima che per ogni persona nel mondo vengano prodotti circa tredici chilogrammi di vestiti. Di questi, il 65% contiene polimeri, fibre di poliestere derivanti dallo sfruttamento di circa settanta milioni di barili di petrolio ogni anno.

Nel 2018, la Ellen Macarthur Foundation, che promuove e sviluppa l’economia circolare, ha pubblicato una ricerca sul mondo della moda, raccogliendo altri dati assolutamente allarmanti. L’industria della moda utilizza oltre 98 milioni di tonnellate annue di risorse non rinnovabili. Tra queste, annoveriamo il petrolio per produrre fibre sintetiche, i fertilizzanti per piantagioni di cotone, i prodotti chimici per produrre, tingere e rifinire fibre e tessuti. A questo dato esorbitante, possiamo aggiungere i 93 miliardi di metri cubi d’acqua che contribuiscono a peggiorare gli eventi di siccità, le emissioni di circa 1.2 miliardi di tonnellate di CO2 nell’ambiente e il mezzo milione di tonnellate di fibre microplastiche riversate negli oceani. Quest’ultimo dato sulle microplastiche è causato anche dal lavaggio dei capi d’abbigliamento nelle nostre case e corrisponde alla dispersione di più di cinquanta miliardi di bottiglie di plastica nel mare.

Le questioni etiche

Il modello lineare di consumo non solo sfrutta le risorse ambientali, ma produce anche notevoli soprusi a livello sociale. Nei Paesi sottosviluppati, l’occupazione nel settore tessile, di cui si parla nel documentario The True Cost, è spesso sinonimo di salari bassi, di ore lavorative oltre i limiti, di lavoro minorile e persino di condizioni schiavili. E non si fa riferimento a un numero basso di persone coinvolte: la sola industria del cotone dà lavoro al 7% di tutti i lavoratori nei Paesi a basso reddito.

Ogni volta che ci troviamo di fronte a prezzi stracciati sulle etichette dei vestiti non possiamo ignorare quello che c’è dietro. I prezzi a cui siamo abituati, perché tipici del fast fashion, hanno un margine di guadagno a discapito della sostenibilità etica e ambientale. Se non cambia nulla, entro il 2050 l’industria della moda consumerà un quarto del bilancio mondiale delle emissioni di carbonio. Ad oggi, come riporta Nature Reviews Earth & Environment, è responsabile di circa l’8-10% delle emissioni globali.

È chiaro che il modello lineare consuma più di quanto gli ecosistemi siano in grado di generare e che occorre trovare soluzioni innovative che coinvolgano sia la produzione che il consumo.

La moda sostenibile

La moda sostenibile, che si baserebbe sull’applicazione del processo “estrazione – uso – recupero”, sembra essere la soluzione ideale per cambiare le tendenze negative. Per far sì che diventi una norma sociale è necessario quel cambio di paradigma culturale che già ci siamo immaginati nel nostro articolo sulla transizione ambientale. Un cambio guidato dalle nuove generazioni, maggiormente sensibili alle tematiche sostenibili.

Come emerge dal terzo Osservatorio sulla sostenibilità di PwC Italia (2019), il 28% dei millennials (nati tra il 1980 e il 1994) considera la salute personale e del pianeta prioritarie nelle scelte d’acquisto. Per la generazione Z (nati tra il 1995 e il 2010) è addirittura il 41% ad affermare queste priorità. Il 90% dei giovani è inoltre disposto a pagare un premium price per l’acquisto di prodotti fashion realizzati in modo etico e sostenibile. Questa ricerca attesta un’attenzione crescente da parte delle nuove generazioni, già protagoniste di iniziative globali come il Friday for Future.

Tendenze di questo tipo assumono sempre più rilevanza per le grandi e le piccole aziende dell’industria della moda. Si stima che in dieci anni il mercato della moda sostenibile possa raddoppiare il proprio giro d’affari, sospinto prima di tutto dai consumatori e poi dalle iniziative governative.

La Francia, ad esempio, ha accelerato il processo di economia circolare per questo settore. Nel 2019, ha annunciato la decisione di rendere Parigi la capitale mondiale della moda sostenibile (entro il 2024), mentre nel febbraio 2020 ha approvato un regolamento che impone alle proprie aziende di abbigliamento di seguire un centinaio di disposizioni sulla sostenibilità, tra cui emerge il divieto di distruzione dei beni invenduti.

Cominciare dal resale

Guardando il fenomeno della moda “green” più da vicino, possiamo trovare diversi vincitori. L’esempio più clamoroso corrisponde al mercato del resale, che negli ultimi tre anni è cresciuto 21 volte più velocemente rispetto al mercato dell’abbigliamento tradizionale. Pensiamo al boom della moda vintage, dai negozi cittadini ai marketplace online. Altri esempi arrivano direttamente sui nostri smartphone. Il successo di app come Depop e Vinted dimostrano un interesse notevole verso i capi di seconda mano e propongono un risparmio economico e ambientale a tutti i player interessati.

La progettazione dell’economia circolare nella moda

La moda circolare comprende tutti quei capi d’abbigliamento progettati, prodotti e acquistati con l’intenzione di essere utilizzati in modo responsabile e per il più lungo tempo possibile. Per dirsi davvero circolare, questo tipo di moda dovrebbe far rientrare nella biosfera tutti quei capi vecchi e inutilizzati. In pratica, si tratta di pensare in maniera diversa alla vita di un capo d’abbigliamento, a partire dai materiali con cui viene realizzato.

L’idea di base è che fin dalla produzione del nuovo capo vengano rispettati dei vincoli sostenibili:

  • La produzione deve essere poco impattante sull’ambiente;
  • I materiali da utilizzare devono essere biodegradabili o riciclabili, così da poter essere rigenerati in futuro.

L’economia circolare si basa sulle materie prime-secondarie. Queste corrispondono ai materiali di scarto già utilizzati in cicli produttivi precedenti, e rigenerate per essere inserite in un nuovo ciclo di produzione. Le fasi di raccolta, scomposizione e recupero sono fondamentali per fare in modo che l’intero processo di riutilizzo venga messo in moto. Anche per questo, è fondamentale raggiungere gli scettici o i miopi nei confronti dell’impatto ecologico dell’industria in questione.

Il circular by design e i suoi principi

Quando si parla di economia circolare bisogna dunque ripensare alla progettazione degli artefatti per ottimizzarne la vita a 360 gradi. Si tratta del cosiddetto circular by design e la circolarità è determinata dal fatto che attraverso il riuso non si attinge a nuove materie prime. La moda circolare si può riassumere in tre principi per fare in modo che rifiuti e inquinamento vengano soppiantati da riuso e rigenerazione dei sistemi naturali.

Il primo principio è l’uso prolungato dei prodotti (used more): bisogna promuovere la cultura del noleggio e del recommerce. Questi modelli di business, infatti, dissociano il concetto di valore da quello di sfruttamento continuo delle risorse. In pratica, occorre scoraggiare le politiche di sovrabbondanza produttiva e sensibilizzare riguardo un uso responsabile dei capi acquistati.

Il secondo principio riguarda la fattura dei prodotti circolari: questi devono essere “fatti per essere rifatti” (made to be made again). I nuovi prodotti sono da fabbricare per poter essere disassemblati e riciclati completamente. Tutti quei prodotti che miscelano le fibre naturali con polimeri di vario tipo, come le diffuse formule “cotone e poliestere” o “cotone ed elastene”, sarebbero da bandire. Questi mix sono essenzialmente non riciclabili, poiché discernere i materiali utilizzati è troppo costoso e complesso. Anche gli imballaggi andrebbero ridotti al minimo, così come tutte le risorse naturali impiegate durante la produzione, lo stoccaggio, il trasporto e la vendita delle merci.

Il terzo principio completa il secondo e riguarda la realizzazione con materiali sicuri, riciclati o rinnovabili (made from safe and recycled or renewable inputs). Si tratta della cosiddetta eco-progettazione (o eco-design). Essa corrisponde all’ideazione di oggetti (in questo caso, indumenti) con un approccio responsabile, che tenga conto del benessere socio-ambientale e bandisca materiali dannosi e non riciclabili. Come detto, bisogna minimizzare il ricorso a risorse vergini, promuovendo un uso più intelligente delle risorse già a disposizione.

 

Per approfondire

 

cover image credit: The Met (Object: 6606 / Accession: 1980.502.39)

Raimondo M. Cataldo



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