Home / Blog / Edu / Digital divide, una disuguaglianza sociale10 Marzo 2021Digital divide, una disuguaglianza sociale

La crisi occupazionale dovuta alla pandemia sembra non aver influenzato il mercato del lavoro delle professioni ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione). Secondo i dati dell’Osservatorio delle competenze digitali, la domanda di lavoro delle imprese supera l’offerta di laureati ICT: tra il 2019 e il 2021 si riscontra una differenza negativa tra domanda e offerta di figure professionali prodotte dal sistema formativo di circa 28.500 unità.

Questo è il settore economico che prevale, coprendo poco meno della metà delle offerte di lavoro, seguito dai servizi professionali e consulenziali (20%) e servizi di amministrazione e supporto (13%). La domanda delle professioni ICT, come quella degli altri settori, è sicuramente soggetta ad alcune differenze territoriali, che mettono in luce un gap tra il nord e il centro-sud dell’Italia. Al nord-ovest infatti si concentra il 43% delle offerte di lavoro (35% delle offerte solo in Lombardia), circa il 29% al nord-est;  il centro Italia possiede il 19% mentre il sud solamente l’8%.

 

L’Osservatorio ha rilevato in particolare la crescente richiesta delle aziende di alcune figure professionali, come quelle del Data Specialist, del DevOps Expert, del Quality Assurance Manager e del Blockchain Specialist, che hanno avuto un tasso di crescita del 70% nel 2019. Per quanto riguarda la richiesta del mondo del lavoro di digital skills, questo termine viene spesso usato in maniera astratta e poco specifica, racchiudendo una vasta serie di abilità tecnologiche che spazia dalle conoscenze basilari (come saper usare il computer) a competenze più avanzate (come quelle relative a software specifici). Nello specifico cresce la domanda di competenze legate all’analisi dei big data, alle tecniche di intelligenza artificiale, della robotica e dell’Internet of Things.

Questi dati rispecchiano la trasformazione digitale in atto, sicuramente accelerata nell’ultimo anno a causa dell’emergenza Covid-19 che ha obbligato gran parte delle aziende allo smart working, scuole ed università alla didattica a distanza. Il cambiamento che stiamo vivendo è sempre più pervasivo, e richiede una riqualificazione della forza lavoro per rispondere all’emergere di nuove figure professionali, ma anche una revisione dei percorsi didattici, che devono sapere trasmettere le competenze digitali per un uso consapevole delle nuove tecnologie.

Due tipologie di divario digitale

La presenza pervasiva delle tecnologie digitali non riguarda solo l’ambito lavorativo, ma anche la vita quotidiana, sempre più soggetta ai benefici del progresso tecnologico e dell’innovazione. Le nuove potenzialità offerte dall’accesso ad Internet pongono però nuove problematiche sociali: chi rimane escluso dall’accesso a Internet o dall’uso delle nuove tecnologie rimane vittima di una disuguaglianza, in quanto non possiede tutti i mezzi per prendere parte attivamente alla società digitale. Questo fenomeno prende il nome di digital divide, e può essere di natura tecnologica o culturale:

– il digital divide tecnologico indica la carenza di dotazioni infrastrutturali e dei dispositivi necessari a consentire una navigazione efficace. Per esempio, la mancanza di una connessione internet adeguata, la mancata copertura a banda larga ma anche l’impossibilità economica di acquistare device di ultima generazione, o di acquistarne un numero sufficiente per rispondere alle necessità di un nucleo familiare. In alcuni casi, la scuola ha cercato di sopperire alle mancanze distribuendo agli alunni tablet (in particolare durante il primo lockdown) e altri device per seguire da casa le lezioni, ma si tratta di una soluzione che può aiutare, ma non annullare la situazione di svantaggio.

– il digital divide culturale invece mette in luce una dimensione cognitiva che presuppone l’assenza delle conoscenze digitali e informatiche di base da parte di un individuo, il quale resta quindi escluso dalla partecipazione alla vita online.

Sull’evoluzione del divario digitale si possono confrontare due diversi punti di vista. Da un lato c’è chi sostiene che il divario si annullerà progressivamente, ovvero la tesi della normalizzazione e livellamento delle competenze digitali senza che sia necessario attuare delle politiche per colmare le differenze e aiutare gli svantaggiati.

Dal lato diametralmente opposto, c’è la possibilità che queste disuguaglianze vadano accentuandosi e stratificandosi, ampliando il gap tra gli esclusi e chi ha invece accesso facilitato alle nuove tecnologie. In quest’ottica, colmare il divario digitale non avviene come un processo naturale e lineare, ma è necessario una spinta esterna; l’iniziativa da parte di scuola e università di introdurre un’educazione digitale nel curriculum didattico per esempio, ma anche l’organizzazione di corsi e seminari da parte di organizzazioni e associazioni, con lo scopo di una alfabetizzazione digitale destinata alle categorie più minacciate dal divide.

Nonostante non sia ancora facile prevedere gli sviluppi del digital divide, il Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite ha considerato Internet uno dei diritti fondamentali, compreso nell’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, che garantisce la libertà d’opinione e di espressione, e ha affermato che “gli Stati hanno un obbligo positivo a promuovere o facilitare il godimento del diritto alla libertà di espressione e dei mezzi di espressione necessari per esercitare questo diritto, compreso Internet”, considerando “l’accesso ad Internet un mezzo indispensabile per la realizzazione di una serie di diritti umani, combattendo l’ineguaglianza e accelerando lo sviluppo e il progresso dei popoli”, con la conseguenza che “l’accesso ad Internet è uno degli strumenti più importanti di questo secolo per aumentare la trasparenza, per accedere alle informazioni e per facilitare la partecipazione attiva dei cittadini nella costruzione delle società democratiche”.

I soggetti più a rischio

Il divario digitale rischia di danneggiare coloro che sono già in situazioni svantaggiate, perché in possesso di minori risorse economiche, culturali o perché vittime di disparità, a discapito di una società digitale inclusiva. Le categorie che più corrono il pericolo di subire gli effetti negativi del digital divide sono i soggetti anziani, che hanno maggiore difficoltà ad apprendere l’uso delle nuove tecnologie e rimangono vittime di un divario culturale intergenerazionale; gli immigrati, che si trovano a lottare contro barriere linguistiche e culturali o le persone con disabilità. Ma rientrano tra le categorie svantaggiate anche coloro che hanno un basso livello di scolarizzazione o di istruzione.

Per superare questo ostacolo, il comune di Parma ha emanato un bando per la realizzazione di progetti di alfabetizzazione informatica che arricchiranno la programmazione del già presente Laboratorio Aperto di Parma. I Laboratori Aperti in Emilia-Romagna sono 10, uno in ogni capoluogo. Si tratta di luoghi attrezzati con soluzioni tecnologiche ICT e aperti alle imprese, ai cittadini e alla pubblica amministrazione. Il bando emesso dal comune di Parma vuole valorizzare e sfruttare al meglio questi lab finanziando corsi di formazione, webinar e conferenze a tema digitale dedicati a bambini ma anche a giovani e disoccupati che desiderano migliorare le proprie competenze.

Il digital divide è anche di genere: le donne sono un altro segmento della società a rischio di esclusione digitale a causa dell’autosegregazione formativa, ma anche per il minor tasso di occupazione rispetto alla controparte maschile. Per facilitare la penetrazione della Rete, UN Women ha lanciato EQUALS– The global partnership for gender equality in the digital age, programma pensato per agevolare le donne che già lavorano nel digitale e per quelle che vorrebbero intraprendere una carriera nell’ITC. L’impegno di EQUALS si concentra sulla garanzia di accesso generalizzato ad Internet e il supporto nell’acquisizione delle skills necessarie grazie ad una serie partnership pubbliche e private.

Come sottolineato dall’ONU “la società dell’informazione è incompleta senza il contributo e la leadership femminile. Le donne devono avere accesso all’ICT e noi dobbiamo incoraggiare le loro capacità di rapportarsi con la tecnologia”.

 

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