La didattica multimediale del maestro Manzi

Home / Blog / Edu / La didattica multimediale del maestro Manzi23 Dicembre 2020La didattica multimediale del maestro Manzi

L’Italia degli anni 50-60 era caratterizzata da grandi cambiamenti sociali ed economici. Grazie al piano Marshall e agli aiuti statali comincia la ricostruzione post bellica: si verifica un raddoppio della produzione industriale e una grande esportazione di prodotti nel mercato europeo. Le fabbriche che avevano chiuso a causa della Seconda Guerra Mondiale riaprono, portando ad un grande fenomeno di migrazione dal sud verso il nord Italia e dalle campagne verso le città, dove c’era grande richiesta di manodopera.

Il 1954 è un anno fondamentale per la comunicazione di massa: per la prima volta viene effettuata una trasmissione video nel nostro paese. Ma l’Italia di quegli anni è ancora fortemente rurale: il 40% dei lavoratori è impiegato nel settore agricolo, il 30% circa nell’industria e solo il 28% nel settore terziario. Secondo i dati del censimento del 1951 il 13% degli italiani dichiarava l’incapacità di leggere e scrivere, un dato molto meno drammatico rispetto ad un dato ben più preoccupante: quasi il 60% degli adulti era privo di licenza elementare.

La televisione viene percepita quindi come un elemento pieno di potenziale, nonostante inizialmente i costi per l’acquisto di un apparecchio di ricezione siano proibitivi per molte famiglie; nascono quindi le sale tv all’interno dei bar, dove le persone si trovano alla fine della giornata lavorativa per guardare quella che veniva percepita come una finestra sul mondo. Mentre negli Stati Uniti nascono da subito i primi network privati, in Italia l’unico ente capace di gestire le spese per la trasmissione è lo Stato, condizione che porta alla nascita del primo canale Rai, al quale si aggiungeranno altri due canali negli anni a venire.

Il maestro Manzi

Negli anni ’60 con il progresso dell’economia, la televisione comincia ad essere presente anche nelle case delle famiglie meno abbienti. Nello stesso periodo la Rai decide di mandare in onda programmi con fini didattici, tra cui Non è mai troppo tardi, per il quale dopo alcune selezioni viene scelto Alberto Manzi.

Manzi, nato a Roma nel 1924, studia all’Istituto Nautico, sognando di diventare capitano di lungo corso, ma si diploma contemporaneamente anche all’Istituto Magistrale; durante la seconda guerra mondiale presta servizio sui sommergibili della Marina Militare e l’esperienza lo convince a dedicarsi all’insegnamento:

“Facendo la guerra, poi, ho scoperto che tante cose per cui si pensava valesse la pena vivere erano solo delle falsità. […] Soprattutto dopo l’esperienza della guerra, l’idea fissa che avevo era di aiutare i ragazzi. […] rinnovare un po’ la scuola, per cambiare certe cose che non mi piacevano”.

Continua il suo percorso di studi laureandosi in Biologia all’Università di Roma e, in seguito, in Filosofia e Pedagogia.

Nel ’46 comincia ad insegnare nel carcere minorile di Roma “Aristide Gabelli”, in una classe composta da 90 ragazzi di età compresa tra i 9 e i 17 anni, con preparazione e contesti di provenienza molto diversi. La grande difficoltà iniziale nel catturare la loro attenzione e la loro fiducia viene raccontata nell’ultima intervista, rilasciata a Roberto Farnè, dove riporta la sfida proposta da uno di questi ragazzi: una rissa, il cui vincitore avrebbe determinato le sorti delle future lezioni. Questo episodio tra uno studente e un insegnante oggi non sarebbe più accettabile, ma diede comunque inizio ad un percorso di relazione tra i due, i cui risultati furono molto positivi: i giovani carcerati cominciano a collaborare e diventano autori di un giornale, La Tradotta. Dal lavoro con i giovani, Manzi rielaborerà il suo primo romanzo Grogh, storia di un castoro, pubblicato nel ’50 da Bompiani.

Nel ’55, in quanto studioso naturalista, Alberto Manzi riceve dall’Università di Ginevra un incarico per le ricerche scientifiche nella foresta amazzonica. Lì scoprì le difficoltà dei nativos, tenuti nell’ignoranza per essere più facilmente sfruttabili. Nei 20 anni a seguire, ogni estate tornerà in quei luoghi per insegnare loro a leggere e scrivere con l’aiuto di studenti universitari e missionari, non senza ripercussioni da parte delle autorità, che lo imprigionarono e torturarono diverse volte accusandolo di essere collegato ai ribelli.

L’approdo alla Rai

Nel 1959, Manzi viene mandato dal suo direttore didattico a fare un provino alla Rai, dove stavano cercando un maestro per un nuovo programma: Non è mai troppo tardi. Indicato dall’Unesco come uno dei migliori programmi televisivi per la lotta contro l’analfabetismo, tanto da essere premiato nel 1965, oggi viene considerato uno degli esperimenti meglio riusciti di educazione degli adulti.

L’innovazione stava nel linguaggio didattico, ma anche nella tecnica di conduzione: il maestro Manzi aveva colto le dinamiche del medium, la televisione per gli spettatori era immagine in movimento. Partendo da questo presupposto, durante le sue lezioni disegnava su una lavagna, facendo in modo che solo alla conclusione del suo elaborato fosse chiaro quello che intendeva rappresentare, per mantenere viva l’attenzione di chi lo seguiva e non annoiare il pubblico.

Fine ultimo della sua didattica era infatti raggiungere una tensione cognitiva: il desiderio di indagare continuamente la realtà, una curiosità intellettuale che spinga a non accontentarsi di ciò di cui già si è a conoscenza, ma a riesaminarlo per pervenire all’elaborazione di concetti e conoscenze. Lui stesso, nell’intervista a Farnè sopra citata, definisce il suo ruolo quello di un “pupazzo televisivo”, il cui scopo è quello di stuzzicare la curiosità dello studente-spettatore.

Nonostante il grandissimo successo del programma, la Rai non ha mai effettuato una ricerca scientifica per indagare e verificare la portata dell’impatto sulla popolazione. Si stima però che circa un milione di persone prese la licenza elementare proprio a seguito della messa in onda del programma; la televisione, in un contesto ancora fortemente frammentato dal punto di vista socioeconomico, ebbe quindi una funzione fondamentale di collante in un paese che si stava ridefinendo, sia nei ruoli che nelle conoscenze (anche di base, come questa storia racconta).

Con la convenzione tra il Ministero della pubblica istruzione e la Rai, vennero creati 2500 punti d’ascolto in tutta Italia, diffusi in circoli ricreativi, associazioni culturali, parrocchie, a cui furono distribuiti televisori per seguire il maestro Manzi, e dove erano fisicamente presenti insegnanti per eseguire i compiti al termine del programma.

Nonostante la trasmissione fosse stata inizialmente pensata per gli adulti, catturò l’attenzione anche di molti bambini che impararono a leggere e a scrivere prima del loro ingresso nel percorso scolastico. Questo è indice della grande abilità di insegnante di Alberto Manzi, ma anche delle potenzialità che le tecnologie hanno se integrate in un percorso didattico che non può prescindere da un luogo fisico e un rapporto insegnante-allievo: fondamentale per la riuscita di questo progetto è stata l’attività di tutoring nei punti d’ascolto, che seguiva la messa in onda del programma, e ha permesso di concentrarsi sulle difficoltà individuali.

La multimedialità nella didattica

Non è mai troppo tardi fu nei fatti il primo esperimento di didattica a distanza tramite un medium visivo, un mezzo (non è cosa scontata) messo al servizio dell’apprendimento; negli ultimi anni abbiamo visto una sempre maggiore presenza delle nuove tecnologie all’interno della scuola: per esempio nel 2006 è stata introdotta la LIM, che attraverso il collegamento con un personal computer permette di integrare alla lezione i materiali multimediali senza perdere la funzione della lavagna tradizionale. L’introduzione della lavagna interattiva, insieme ai grandi vantaggi, presenta alcune criticità: per integrare la LIM ai vari strumenti già in uso, i docenti devono sviluppare nuove competenze per cui sarebbero utili corsi di formazione o aggiornamento; inoltre presuppone ulteriore tempo da investire nella gestione della multimedialità.

Negli ultimissimi anni si sta diffondendo a macchia di leopardo l’utilizzo di tablet in sostituzione ai libri di testo, tema ancora molto discusso: da un lato gli entusiasti ne vedono le grandi potenzialità in termini di risparmio (gli ebook costano molto meno delle versioni cartacee), ma anche di funzioni di ricerca molto sviluppate, dall’altro lato molti sono intimoriti da questa novità. I tablet infatti possono essere fonte di distrazione e il digital divide può impedire un utilizzo corretto di questi strumenti, mettendo a rischio di esclusione digitale alcune categorie (immigrati, bambini con disabilità, famiglie meno abbienti). Il divario digitale può essere di tipo tecnologico, riguardante i dispositivi e indica una serie di limitazioni che vanno dalla scarsa connessione alla mancanza di device collegati alla rete.

Ma il digital divide può avere anche origine culturale: ogni mezzo infatti viene fruito a diversi livelli, in base alle capacità e conoscenze del singolo. Avere l’accesso o possedere i dispositivi adatti non è sufficiente per una buona resa del percorso didattico multimediale, in quanto le modalità di fruizione degli strumenti informatici rimangono a carico di chi li utilizza. In questo senso, i mezzi potrebbero rivelarsi meno inclusivi in quanto il loro potenziale non verrebbe sfruttato dagli utenti meno esperti.

Il ripensamento del percorso formativo, l’introduzione di nuovi canali e modalità di apprendimento sono necessari per un rinnovamento dei processi che danno forma alla scuola e all’educazione, che subisce l’influenza del grandissimo progresso tecnologico avvenuto a fine del secolo scorso; non inserire nei programmi scolastici i frutti di questo progresso, per esempio l’utilizzo di internet o dei personal computer, darebbe luogo a disuguaglianze sociali. Ma tenendo presente le esperienze del passato, in particolar modo quella qui raccontata del maestro Manzi, risulta chiaro che gli strumenti introdotti devono essere un supporto integrativo alla didattica, non il centro della stessa. I dispositivi oggi devono affiancare insegnanti e studenti nel percorso d’apprendimento, senza portare  alla creazione di mere attività di edutainment. Sebbene i giochi educativi abbiano innegabili risultati positivi su giovani e adulti, è necessario accompagnarli ad un iter formativo, così che diventino strumenti complementari (e non sostitutivi) per la didattica, incentivando gli studenti e favorendo l’acquisizione di nuove competenze.

 

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