The Midnight Gospel: motion graphics e sovraccarico sensoriale

Home / Blog / Design / The Midnight Gospel: motion graphics e sovraccarico sensoriale2 Aprile 2021The Midnight Gospel: motion graphics e sovraccarico sensoriale

La comunicazione riveste oggi un ruolo fondamentale, soprattutto nelle nostre relazioni individuali e sociali. Negli ultimi decenni si sono venuti a moltiplicare i suoi canali, elevando a potenza la quantità di informazioni scambiabili, ed è in tal senso che il design della comunicazione viene sottoposto a uno sforzo di ridefinizione del proprio ruolo e dei propri confini. Nello specifico, una disciplina come la motion graphics, considerata, fino a poco tempo fa, un campo ben definito, oggi si ritrova a integrare modalità di comunicazione del tutto estranee.

Per tale ragione, una definizione e classificazione di un campo così poliedrico non è facile: vogliamo provare a riflettere intorno all’animazione e alla sua evoluzione – relativamente all’avvento del digitale e  allo sviluppo tecnologico – con l’intento di riconoscere e circoscrivere gli eventuali cambiamenti in merito al suo modo di comunicare e rappresentarsi.

Il cinema d’animazione

Per dare una corretta definizione di cosa sia il cinema d’animazione è necessario, prima di tutto, sfatare alcuni luoghi comuni in proposito. Innanzitutto, questa forma d’arte non è, come si pensa, un genere cinematografico, perché il cinema animato si basa su tecniche diverse dal cinema “live action”. Ad esempio, il passo uno (il cosiddetto stop-motion) o lo scatto singolo implicano la creazione dell’immagine e poi la sua ripetizione che viene, infine, filmata dalla cinepresa per creare la pellicola.

Esso viene, allora, definito da Gianni Rondolino – importante critico cinematografico e storico del cinema – come “un mezzo espressivo che si differenzia dal cinema dal vero, sia per quanto riguarda la tecnica, sia per quanto riguarda i principi estetici su cui il linguaggio dell’animazione è costruito.”

Fin dalle origini questa pratica espressiva si configura come un tipo di cinema che rifiuta qualsiasi tipo di regola. Infatti, se gli operatori di un film catturano un movimento reale per raccontare una storia, gli animatori creano il movimento stesso, varcando così i limiti della propria immaginazione.

Sulle tecniche d’animazione

L’animazione si basa su uno specifico fenomeno ottico, che caratterizza, tra l’altro, il cinema tout court: l’impressione del movimento sullo schermo, dovuta a sua volta a un fattore chiamato “persistenza delle immagini sulla retina”. Quando si osserva una serie di immagini fisse di un oggetto, infatti, ognuna di esse permane sulla retina degli occhi per una frazione di secondo, anche dopo la sostituzione con la successiva. Il risultato finale sarà un’unica visione dinamica dell’oggetto, il quale sembrerà, quindi, muoversi, quando in verità osserviamo il succedersi rapido di diverse immagini fisse.

Lo scarto essenziale che differenzia, allora, il cinema dal vero dall’animazione, è la sostituzione della cinepresa con l’animatore stesso: una volta analizzato il movimento che si vuole rappresentare, scomposto poi in una serie di disegni che creeranno la sequenza detta sopra, il movimento che si verrà a produrre illusoriamente non sarà più, quindi, una riproduzione dell’azione reale, ma un’interpretazione grafica creativa. Ed è proprio in tal senso che si aprono molte più prospettive e possibilità di inventare nuovi mondi e dimensioni.

L’avvento del digitale

Non solo il digitale è diventato sempre più parte integrante del nostro mondo, ma la quotidianità è ormai interamente immersa in questo sistema con proprie regole e codici. Una delle parti più evidenti di questa grande rivoluzione è il cambiamento avvenuto nel cinema d’animazione.

Alla fine degli anni Ottanta l’uso del digitale nel cinema era legato alla creazione degli effetti speciali in fase di postproduzione. Nella prima decade del nuovo secolo l’utilizzo sempre crescente di questa tecnologia ha influenzato notevolmente la realizzazione delle più importanti opere cinematografiche (si pensi a Sin City, completamente girato in digitale, ma anche alle rivoluzioni della Pixar, che ha prodotto il primo film d’animazione completamente sviluppato in grafica computerizzata: Toy Story).

Con il cinema digitale si facilita e si rende necessario il prolungarsi, oltre lo schermo e la sala cinematografica, dell’esperienza filmica: l’aspetto immersivo della fruizione dell’opera da parte dello spettatore diviene ancora più intenso. Avviene, inoltre, un passaggio dal mondo dell’immagine fotografica (legata alla realtà) al mondo dell’immagine digitale, che prende spunto dal reale per poi distaccarsene e trovare una propria autonomia. La possibilità, quindi, è quella di creare mondi ibridi dove reale e artificiale si mescolano e tracciano percorsi fantastici.

Con l’avvento del digitale, allora, vengono prodotte opere al confine tra l’illustrazione e l’animazione: a differenza delle pratiche tradizionali d’animazione, questi film nascono dal design e dalle applicazioni software 3D, e ciò comporta anche un profondo cambiamento percettivo rispetto al cinema tradizionale.

Nuova frontiera dell’animazione

Cosa succede, allora, quando un mezzo espressivo come il cinema d’animazione, incontra e si mescola con altre forme di comunicazione? È quello che succede con The Midnight Gospel, serie tv Netflix nata da Pendleton Ward, già creatore di Adventure Time, e Duncan Trussel, famoso comico americano che ha ospitato un podcast gratuito intitolato “Duncan Trussel Family Hour”  incentrato sulle religioni orientali, il misticismo e la magia, su cui la serie si ispira.

È in tale punto d’incontro che The Midnight Gospel viene considerata una nuova frontiera per l’animazione: si vuole mettere in luce la particolarità e l’interesse di un’opera come quella di Ward per evidenziare le possibilità espressive sempre più ampie che il cinema d’animazione può raggiungere. Come detto sopra, la serie si ispira al podcast di Trussel, e per tale ragione la trasmissione radiofonica diviene la chiave portante della narrazione: il protagonista, che vive nello spazio, gestisce anche lui un podcast, intervistando abitanti di vari pianeti di un universo simulato.

Ed ecco che si presenta un ossimoro: come conciliare due linguaggi agli antipodi come quello radiofonico e quello dell’animazione? Gli autori della serie hanno, infatti, deciso di portare all’estremo ogni elemento, su entrambi i versanti: le immagini e il dialogo sono parallelamente pompatissimi. Da un lato disegni mutevoli, coloratissimi, quasi surrealisti e senza coordinate spazio-temporali, che portano a una continua stimolazione visiva e a un bombardamento sensoriale. Dall’altro, gli stimoli visivi vengono controbilanciati dall’immaterialità del dialogo, quasi sempre slegato dalle azioni che vediamo accadere sullo schermo.

Tracce della New Age

Il caso The Midnight Gospel è emblematico di come le nuove tecnologie e tendenze sociali abbiano un effetto molto forte nella nostra vita e di come ciò si rifletta anche sulle serie televisive. Secondo Artribune, l’opera di Ward e Trussel rappresenta un esperimento unico all’interno del panorama dell’animazione contemporanea. In quest’opera si avverte la sensazione di vivere un trip e un sovraccarico dei sensi che ha quasi dello psichedelico, sensazioni accentuate dagli argomenti affrontati durante i diversi episodi, che variano dalle discipline religiose, all’esoterismo, la meditazione, le sostanze stupefacenti e il ciclo della vita.

In tal senso The Midnight Gospel viene anche considerata come una serie tv permeata da fantasie di stampo New Age, termine inteso per indicare quel tipo di tendenza – o meglio, subcultura – finalizzata alla ricerca dello “star meglio”, o di una migliore qualità della vita, ricorrendo a credenze particolari (yoga, astrologia, meditazione ecc…) che alimentano concezioni olistiche in merito alla “coscienza divina” o “all’energia cosmica”. La particolarità di questo movimento è che nel corso degli ultimi decenni ha comportato l’abbandono e lo sradicamento di alcune certezze del passato, come l’idea di poter cambiare il mondo, con la finalità di concentrarsi su un mutamento interiore individuale.

Animazione e serialità

È così che, prendendo a esempio un caso così emblematico e quasi unico, l’animazione trova un terreno nuovo e contaminato, si intreccia alle credenze sub-culturali, alle visioni del mondo, all’evoluzione tecnologica – che le consente, inoltre, di rappresentarsi con estetiche del tutto nuove e ricchissime – trova punti di contatto con altri strumenti comunicativi (si pensi al podcast nel caso specifico) e si ricollega, in ultimo, allo stile narrativo della serialità che tanto oggi pervade le piattaforme streaming come Netflix, le quali, tra l’altro, hanno totalmente rivoluzionato le modalità di fruizione del cinema e delle serie tv.

Con la rivoluzione digitale, allora, la motion graphics può estendere le proprie possibilità di applicazione e sviluppare un linguaggio sempre più innovativo: ciò porta a una convergenza dei vari media che non va ridotta solo all’ambito tecnologico. Questa è, invece, un radicale cambiamento culturale delle abitudini dei consumatori, ora a proprio agio nel ricercare molte più informazioni o connettere contenuti mediatici diversi.

Viene da chiedersi, quindi, verso che direzione andrà l’animazione come forma d’arte, forse, capace più del cinema dal vero di rappresentare le nuove forme di relazione che l’uomo sta costruendo con il mondo di oggi e, in fondo, anche con sé stesso?

 

Approfondimenti

 

cover image credit: The Met (Object: 554332 / Accession: 12.182.29)



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