Prepararsi all’era dell’Ageismo

Home / Blog / Design / Prepararsi all’era dell’Ageismo11 Febbraio 2022Prepararsi all’era dell’Ageismo

Diventare una botte

L’andamento demografico può essere rappresentato con un istogramma chiamato “piramide dell’età”. Quella dell’Europa, dell’Italia e dei paesi a sviluppo avanzato assume la forma di botte, tipica “di una popolazione in fase di invecchiamento e in calo demografico, in cui la percentuale dei giovani risulta uguale o inferiore a quella degli anziani e non è più garantita la sostituzione delle generazioni da parte dei nuovi nati” (Bergaglio, Geografia della popolazione, Varese, Guerini Scientifica 2015: p. 143). La lettura della botte è chiara: tasso di fecondità basso, aumento della vita media, riduzione sostanziale della percentuale di popolazione in età lavorativa rispetto a quella in pensione. Se pensiamo che nel 2050 la popolazione con i capelli grigi raggiungerà i 2 miliardi (di cui l’80% apparterrà ai paesi in via di sviluppo) significa che, tra le varie cose, ci saranno 2 miliardi di persone che saranno vittime di “ageismo” se non si interviene subito. Infatti, c’è chi, leggendo un quadro demografico del genere, avverte l’esigenza di disinnescare il potenziale acuirsi delle discriminazioni nei confronti degli anziani, educando all’empatia e alla solidarietà, intervenendo nelle scuole, nelle associazioni e perfino in parlamento.

Noi vogliamo una nazione intergenerazionale

È il caso della Scozia e di Generations Working Together, ente finanziato da fondi governativi che si presenta orgogliosamente come “the nationally recognised centre of excellence supporting the development and integration of intergenerational work across Scotland “. Nel 2021 quest’organizzazione ha redatto un manifesto in cui dichiara l’obiettivo di diventare “an intergenerational nation by 2030”.

Che cos’è una nazione intergenerazionale? È una nazione in cui le relazioni tra generazioni sono rafforzate nel nome dell’inclusività e della solidarietà e che accoglie i 15 appelli scritti nel manifesto, riassumibili in tre categorie:

  • Governance e politica intergenerazionale;
  • Un buon numero di posti e spazi intergenerazionali
  • Lotta all’ageismo già da scuola, in cui deve essere potenziato il ricorso ad insegnamenti intergenerazionali.

La ricorrenza martellante del termine non è che ne chiarisca poi molto il contenuto. Forse il primo punto potrebbe riguardare l’impegno politico a non aumentare il debito pubblico, a investire nell’istruzione, a combattere la disoccupazione giovanile, a ripensare il sistema pensionistico… eppure l’ente scozzese non fa alcun accenno a nessuna di queste operazioni. Proseguendo, il punto due sostiene che una nazione che vuole essere intergenerazionale deve costruire “civic and public spaces that can be used by all generations”. Quindi, per esempio, un nuovo skate park non sarebbe ben accetto. Passando alla scuola, il punto tre vorrebbe una didattica in cui “all children and young people experience intergenerational learning as part of the Broad General Education“ e in cui vige l’impegno “to challenge ageism and build trust and respect between generations“.

Al di là della bontà delle richieste, c’è forse uno sbilanciamento di prospettiva, non propriamente intergenerazionale. In effetti, i firmatari prendono le mosse dal riconoscere una “escalation of ageism, including age discrimination and stigmatization of older persons“, che ne aggraverebbe le vulnerabilità. Viste le tre categorie, viste le numerose foto di anziani disseminate in tutto il documento, e visto il fatto che c’è un solo accenno ad una solidarietà propriamente “verticale” (ovvero verso le generazioni future), l’impressione generale è che il vettore delle premure intergenerazionali sia ad una direzione: da parte dei giovani, nel riguardo dei vecchi e prossimamente vecchi. Quindi “future generations who don’t have a voice in the political process” sembrano non averne neanche in questo manifesto.

L’ageismo fa male?

Il problema, come detto, è l’ageismo, ovvero “the stereotyping, prejudice, and discrimination against people on the basis of their age” (qualunque “age”, stando alla definizione), come scritto in Interventions to Reduce Ageism Against Older Adults: A Systematic Review and Meta-Analysis (AJPH; August 2019, Vol. 109, No. 8). Può davvero costituire, come sostiene Generations Working Together, un fattore esogeno di incidenza sull’aumento della mortalità in età avanzata? In effetti, in questo stesso articolo viene riportato che “research has shown that ageism directed toward older adults has a negative impact on their health, well-being, and quality of health care received” e che c’è “growing evidence that reducing ageism can promote positive health behaviors among older people”.

Intervenire serve a qualcosa?

Che fare dunque? I dubbi emergono quando si tratta di stabilire “the effectiveness of interventions to reduce or prevent ageist stereotypes, prejudice, or discrimination” in quanto essa “has not been established”. Un manifesto potrebbe non essere la mossa giusta. E nemmeno l’essere in prima linea quando si tratta di denunciare atteggiamenti discriminatori ricorrendo a forti espressioni di sfida (come “sessista”, “razzista”, “ageista”). Sarebbe una comunicazione che porta l’accusato a trincerarsi in un atteggiamento difensivo di resistenza e negazione. Missione fallita. Per educare, le persone non vanno solo riprese verbalmente, ma bisogna responsabilizzarle in modo assertivo, che non è un modo né aggressivo né retorico.

Infatti, opere di sensibilizzazione con ottime propositi, quando diventano movimenti di attivisti passionari (e non di vittime, e neppure movimenti credibilmente e propriamente politici), rischiano che gli si gonfi la vena accusatoria e si impantanino nell’aggressività e nel populismo. Si finisce così per essere una lotta salottiera e instagrammabile che, affilando un tramite verbale che trova forza nella concisione e nella spendibilità, ha la pretesa di rieducare la società a furia di accuse, polveroni televisivi, manifesti e lettere aperte; una lotta che sente propria la missione di battersi in nome una minoranza, di cui riconosce la vulnerabilità ma non l’indipendenza di azione, nella “tendenza a non tenere conto del punto di vista e dell’autonomia di coloro il cui benessere si sostiene di difendere”, insieme alla “tendenza a prevedere sempre il peggio” e a “sacralizzare“, che sono, come ricorda Ruwen Ogien, due atteggiamenti propri del “panico morale” (Ruwen Ogien, Penser la Pornographie, Milano, Isbn Edizioni 2003).

Quindi, in questi propositi educativi, è importante che la minoranza danneggiata abbia un ruolo protagonista, così da presentarsi come esempio concreto di discriminazione e portare una “comunicazione esperenziale-narrativa” (Rumiati, Introduzione alla psicologia della comunicazione, Bologna, il Mulino 2021: p. 137) in prima persona, d’impatto diretto, decisamente più efficace di una comunicazione retorico-morale.

 

Per approfondire:

cover image credit:  The Met (Object: )

Alessandro P. L. Redaelli



Copyright © Yatta! 2022. All rights reserved.
Privacy e Cookie policy

SEGUICI SU

YATTA!
viale Pasubio, 14
20154 - Milano
02 87075740

condividi

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi