Monitoraggio o sorveglianza del lavoro da remoto

Home / Blog / Coworking / Monitoraggio o sorveglianza del lavoro da remoto20 Agosto 2020Monitoraggio o sorveglianza del lavoro da remoto

Libertà, organizzazione, obiettivi. Lavorare in remote working, da casa o da uno spazio pensato per il coworking, sta cambiando radicalmente l’approccio individuale al lavoro, spostando la mentalità, nel migliore dei casi, da una visione basata sull’orario ad una centrata sugli obiettivi da raggiungere o delle attività da terminare.

Nei casi più virtuosi questo ha portato a scandire la propria giornata rendendola compatibile con i propri impegni personali, anche quelli relativi alle attività domestiche, che molti devono comunque affrontare in prima persona. Il riferimento principale è quello relativo alla gestione dei figli, soprattutto alla luce degli esiti della convivenza forzata e difficilissima fatta durante il lockdown.

Non tutti i datori di lavoro vedono però di buon occhio questa nuova era dell’organizzazione del lavoro. La volontà di controllare da vicino le performance del dipendente e il raggiungimento degli obiettivi, al di là dei momenti di coordinamento prefissati, diventa un’opzione se la fiducia tra le parti non è consolidata o minata da comportamenti ambigui. Sussiste infatti la possibilità anche tecnica di avere un monitoraggio del lavoro da remoto, ma esistono regole molto stringenti per non trasformare un controllo necessario in un atto di stretta sorveglianza.

Le regole sul monitoraggio in Italia

Fino al 2014 era esplicitamente vietato l’utilizzo di apparecchiature e impianti audiovisivi per il controllo del lavoratore a distanza. L’uso sempre più intensivo e la possibilità concreta di praticare lo smartworking come pratica comune, ha portato alla modificazione di queste norme, ma con dei distinguo fondamentali.

Lo Statuto dei lavoratori indica il campo entro il quale il datore di lavoro può muoversi, indicando in particolare le azioni non consentite nei confronti dei suoi dipendenti. In particolare, non è consentito un controllo costante del computer del dipendente e delle attività che questo sta svolgendo, tantomeno per il tracciamento dei siti visitati. Inoltre è vietato posizionare una telecamera sulla postazione di lavoro o monitorare gli spostamenti del lavoratore, che porterebbe il controllo ad un livello non accettabile di sorveglianza.

L’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori, modificato con decreto legislativo nel 2015, per integrare e regolamentare le nuove modalità del lavoro contemporaneo tramite videoterminale, cita testualmente: “è vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”. Tuttavia, questi mezzi possono essere utilizzati per “esigenze di carattere organizzativo e produttivo, di sicurezza del lavoro e di tutela del patrimonio aziendale. Per il suo utilizzo ed installazione, deve esserci comunque l’accordo tra le parti, tra i sindacati e l’azienda”.

Le ispezioni da parte del datore di lavoro sono invece concesse per effettuare controlli su presunti illeciti da parte del dipendente, effettuabile anche tramite specifici software, o per esigenze di lavoro in mansioni specifiche, quali la manutenzione tecnica di impianti. Significativo e non senza ambiguità il caso dei rider per il delivery di prodotti alimentari e non, in relazione ai quali il monitoraggio della posizione (geolocalizzazione) è parte fondamentale del processo di lavoro.

Il Jobs Act (D.lgs. n. 151/2015, articolo 23), prevede che “i dati e le informazioni ottenuti tramite gli strumenti di controllo a distanza siano utilizzabili ai fini del rapporto di lavoro solo a condizione che sia stata data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196″.

In sostanza il legislatore vuol far passare il concetto secondo il quale un controllo è possibile solo nel rispetto della persona, ovvero se il lavoratore è stato informato sull’uso dei dispositivi di controllo e sulle modalità di utilizzo degli stessi. Da sottolineare la decisione di non rendere disponibili i dati raccolti al di fuori delle finalità concordate, nemmeno a fine sanzionatorio nel caso si evidenzino condotte non conformi alle proprie mansioni.

Maggiori controlli individuali negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti invece sono permessi maggiori controlli. Possono essere installati dei software che monitorano virtualmente tutte le attività svolte sul dispositivo: movimenti del cursore, numero di battute sulla tastiera, email lette, siti visitati e tempo passato sui social media. Alcuni programmi utilizzano la telecamera in dotazione al pc per il controllo effettivo della presenza del lavoratore sulla postazione. La ragione che motiva questa impostazione è l’ottimizzazione dei processi di lavoro.

Brand Miller, CEO di Awareness Technologies, ha dichiarato che l’utilizzo dei loro software in tempo di pandemia è triplicata. Le tecnologie sviluppate da Awareness Technologies permettono il monitoraggio delle attività dei dipendenti, arrivando ad assegnare dei punteggi alla loro produttività. Ma non sono certo gli unici, altri software controllano la posizione fisica dei lavori sul posto di lavoro, mentre ce ne sono alcuni che inviano segnalazioni se il lavoratore risulta inattivo o è apparentemente impegnato in attività extra-lavorative.

Microsoft ha recentemente introdotto un processo di analisi dei dati relativi alle attività dei propri dipendenti da remoto per migliorare l’organizzazione lavorativa. Lo scenario può quindi diventare ambiguo, potendo sfociare nel controllo dell’attività del singolo, mettendo in discussione la sua libertà di azione in ambito lavorativo.

Quello che si rischia di produrre è quindi un effetto contrario a quanto auspicato (almeno in questo articolo), ovvero l’aumento del rapporto di fiducia tra le parti, fondamento per uno sviluppo proficuo dei processi di remote working.

Ragioni di sicurezza o monitoraggio del singolo

Da questo rapido confronto emerge che negli Stati Uniti lo scenario è molto distante da quello italiano. Nel primo caso appare possibile monitorare il lavoratore nel corso della sua giornata lavorativa e nello specifico delle attività che esegue. In Italia viceversa il controllo è relativo solo a ben determinate circostanze che seguono un principio di sicurezza delle informazioni strettamente attinenti al lavoro e al patrimonio aziendale e non il lavoratore in quanto tale.

 

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