Menti umane e menti artificiali: per un’etica dell’AI

Home / Blog / Design / Menti umane e menti artificiali: per un’etica dell’AI26 Marzo 2021Menti umane e menti artificiali: per un’etica dell’AI

Il mondo in cui viviamo oggi vede molta speculazione su un possibile futuro in cui l’umanità sarà sorpassata o distrutta dalle macchine intelligenti. Si sente parlare di macchine a guida automatica, Big Data o di transumanesimo, il tutto prendendo come dato di fatto che sarà possibile realizzare macchine autonome, dotate di intelligenza artificiale, nel giro di pochi anni.

Ma, c’è da chiedersi, è davvero possibile? Secondo Federico Faggin, scienziato e imprenditore che ha inventato il touchscreen, “la vera intelligenza richiede coscienza, e la coscienza è qualcosa che le nostre macchine non avranno mai”.

Prima di ritornare alle sue idee, è utile delineare un quadro definitorio del concetto di mente artificiale in relazione al suo rapporto con l’intelligenza umana e ai risvolti etici ad essa connessi.

Cammino verso la super-intelligenza artificiale

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI) negli ultimi decenni ha aperto lo spazio per una domanda radicale: esiste la possibilità che quest’ultima possa sostituire l’essere umano?

Abbiamo già dato una definizione generale di Intelligenza Artificiale in un precedente articolo del blog di YATTA: “quel ramo della computer science che studia lo sviluppo dei sistemi hardware e software capaci di perseguire autonomamente dei compiti, prendendo decisioni solitamente affidate all’uomo”. In altre parole, l’AI è un campo di ricerca che studia la programmazione e la progettazione di sistemi mirati a dotare le macchine di una o più caratteristiche tipicamente umane.

È in quest’ottica che le proprietà che si intende dare all’AI – che variano dall’apprendimento alla percezione visiva e spazio-temporale e che sono ispirate dall’obiettivo, quindi, di creare una macchina in cui si riflettano appieno le nostre capacità – portano al porsi un grande interrogativo: alla fine, l’Artificial Intelligence si rivelerà come una minaccia o una necessità per l’uomo?

Il problema dell’etica

È in tale contesto, dove si riflette intorno agli eventuali sviluppi di un’AI sempre più intelligente, che il peso dei fattori moralmente rilevanti e la questione di un’etica dell’Intelligenza Artificiale si fanno sempre più forti. Secondo diversi studiosi, tra sociologi ed esperti di digital transformation, sono cinque le principali sfide etiche poste dall’Intelligenza Artificiale, e riguardano:

  • Rapporto tra fiducia e controllo nel rapporto tra uomo e AI
  • Cambiamento dei profili di “responsabilità” e la sostituzione dell’attività umana con AI
  • Rischio di svalutare le competenze e le capacità umane
  • Rischio di erodere l’autodeterminazione umana e il suo libero arbitrio
  • Rischio di replicare non solo le qualità, ma anche gli errori e i difetti dell’azione umana.

La differenza essenziale, quindi, fra le altre tecnologie e l’Intelligenza Artificiale risiede nella capacità di quest’ultima di elaborare decisioni autonome. Ed è proprio in tal senso che il dilemma della moralità diviene il perno attorno al quale ruotano i dubbi in merito alla diffusione di AI: il neuroscienziato e filosofo Sam Harris descrive un possibile scenario in cui le macchine cominceranno ad automigliorarsi senza il nostro aiuto. Harris sostiene che in tal caso, un’AI non diventerebbe spontaneamente malvagia, ma certamente seguirà la necessità di autoconservarsi. Così, la più piccola discrepanza tra i nostri obiettivi e i suoi potrebbe potenzialmente causare danni all’umanità.

Secondo i più ottimisti, allora, il problema della supremazia dell’AI non si porrà proprio se riusciremmo a instillarvi la moralità. Compito, però, difficile, dal momento che un robot, ad oggi, non sarebbe ancora capace di comprendere un comando come “fai del bene”, dato che i suoi ragionamenti vengono tratti da numeri infiniti di esempi e casi, ed essendo, inoltre, già complesso per l’uomo circoscrivere un concetto univoco di moralità.

Mente artificiale e mente umana

Sviluppi e riflessioni di questo tipo necessitano di un passo indietro in merito al dibattito che continua ancora oggi, e che è stato posto per la prima volta da Alan Turing negli anni ’50 a proposito del suo famoso test basato sul “gioco dell’imitazione”: le macchine possono pensare? Sono dotate, quindi, di intelligenza? A suo avviso, per valutare il livello di intelligenza di una macchina bisogna innanzitutto definire l’intelligenza stessa, che per Turing è la facoltà di conoscere e comprendere. In relazione a ciò, il test di Turing è un esperimento mentale in cui, supponendo la presenza di un interrogatore, una macchina e un uomo, il primo, posto in una stanza separata dagli altri, deve distinguere tra i due facendo loro delle domande: la macchina verrà considerata intelligente se capace di imitare così bene l’uomo da confondere l’interrogatore su chi lo è e chi no.

Secondo alcuni, comunque, rispondere a questa domanda è importante per comprendere i punti di forza della mente umana e capire perché questa non potrà essere rimpiazzata dall’intelligenza artificiale: la tecnologia continua ad essere fatta di strumenti gestiti dalle persone. Ad esempio, gli algoritmi di apprendimento, sono ancora costruiti su variabili di tipo statistico o matematico, capaci di svolgere calcoli molto complessi in pochissimo tempo, ma, al momento, non riescono a farsi domande su ciò che è stato calcolato.

L’uomo riesce, invece, a fare ragionamenti di tipo abduttivo: è in grado, cioè, di trarre conclusioni plausibili da premesse non sicure, porsi domande e inferire. L’essere umano è, quindi, capace di formulare nuove ipotesi, cogliere le intenzioni del subconscio, immaginare e figurare futuri possibili.

Gli attuali sistemi mostrano, infatti, un’AI ancora “ristretta”, ovvero dalle grandi capacità in settori definiti e limitati, e con funzioni specializzate e specifiche. Una delle differenze principali con il nostro tipo di intelligenza è, quindi, che quest’ultima è generale, ovvero capace di agire in un ampio numero di ambiti e di integrarli tutti. Per adesso, allora, utilizziamo le funzioni e capacità dell’AI al servizio dei nostri obiettivi. Tuttavia, le sue potenzialità stanno crescendo ogni anno che passa, e uno degli scenari possibili in tale quadro è quello in cui le macchine raggiungeranno i livelli umani, sviluppando un’Intelligenza generale artificiale.

Limiti dell’Intelligenza Artificiale

Alla luce di una distinzione ancora netta tra uomo e macchina, torna utile riprendere le considerazioni di Faggin in merito alla coscienza. Secondo lui, molti scienziati credono che l’uomo sia solo una macchina, un sistema sofisticato di elaborazione delle informazioni basati su wetware (termine utilizzato per descrivere l’interazione tra cervello umano e software): l’idea è che, quindi, la coscienza emerga solo dal cervello.

È in questo quadro che Federico Faggin tiene a dare una definizione di coscienza: “Io so, dentro di me, di esistere. Ma come faccio a saperlo? Sono sicuro che esisto perché lo sento dentro di me. È il sentire il portatore della conoscenza”.

La capacità di sentire, quindi, è la proprietà essenziale della coscienza. La sensazione, a sua volta, non è meramente l’insieme dei segnali elettrici prodotti dal cervello: tali segnali portano informazioni oggettive che vengono poi tradotte nella mia coscienza quale sensazione soggettiva. Secondo Faggin, allora, tale sensibilità non può appartenere a un robot, che si fermerebbe semplicemente ai segnali elettrici, senza tradurli in qualcosa di proprio.

In filosofia, il dilemma di definire la coscienza è stato elaborato facendo riferimento a un termine molto particolare, qualia, per descrivere la dimensione del sé intrinsecamente legato alla coscienza stessa. In Faggin tale termine viene utilizzato per parlare di quattro tipi diversi di sentire: le sensazioni fisiche, le emozioni, i pensieri e i sentimenti spirituali. Secondo lui queste caratteristiche non possono essere tradotte o prodotte da un computer e il motivo principale è legato al fatto che per l’uomo le informazioni vengono convertite in conoscenza semantica: la dimensione della comprensione del significato necessaria perché possa essere compiuta un’azione intelligente.

Verso il futuro

Qualunque siano le idee a riguardo, è certo che l’AI sta sviluppando un peso sempre più considerevole all’interno della nostra società e del nostro mondo. Per guidare il suo sviluppo, infatti, e a prescindere dal fatto che questa possa prima o poi avvicinarsi il più possibile all’intelligenza umana, occorre integrare i valori etici a quelli economici dell’innovazione.

Le domande ricorrenti, infatti, sono sempre le stesse: è giusto creare sistemi di AI che superino le capacità umane? O che pochi innovatori si arricchiscano a discapito delle masse che subiscono il cambiamento? Mentre la tecnologia cresce, l’umanità viene lasciata indietro?

La grande questione riguarda il modo in cui guidare e gestire il progresso Hi-Tech (la tecnologia avanzata): questo può migliorare la vita, le attività, il benessere, ma può anche togliere lavoro, creare spaccature sociali e aumentare le disuguaglianze.

Fin quando l’AI, ad oggi ristretta ai singoli ambiti di applicazione, non diventerà generale (Artificial General Intelligence, AGI) il progresso tecnologico sarà ancora guidato dalle decisioni umane. Ma, se nel giro di qualche decennio è possibile raggiungere potenzialmente questa traiettoria – quella verso AGI, appunto -, significa che l’intreccio tra etica e mercato va sbrogliato adesso, trovando compromessi tra innovazioni, efficienza tecnologica, uguaglianza e benessere sociale.

 

Approfondimenti

 

cover image credit: The Met (Object: 546955 / Accession: 32.3.137)



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