L’impatto ambientale delle mascherine

Home / Blog / Design / L’impatto ambientale delle mascherine18 Settembre 2020L’impatto ambientale delle mascherine

Sono passati almeno una decina di anni da quando il problema della eccessiva produzione della plastica ha invaso l’opinione pubblica. La plastica di per sé non è un materiale eccessivamente dannoso, anzi in molti casi appare utile e versatile. Ciò che ha maggiore impatto sull’ambiente è l’utilizzo di prodotti in plastica monouso, ovvero di tutti quei prodotti il cui ciclo di vita è brevissimo: involucri alimentari, bottiglie di acqua o altre bevande, flaconi di saponi, buste.

Per ciclo di vita di un prodotto (Product Life-Cycle) si intende quel percorso compiuto dalla sua produzione, alla prima introduzione sul mercato fino alla sua rimozione e smaltimento. Come si può facilmente prevedere, per una bottiglia di plastica, questo ciclo è piuttosto sbilanciato. Se la produzione richiede enormi sforzi energetici (4 milioni di joule a bottiglia) e lo smaltimento presenta gravi problemi di eliminazione o riciclaggio (91% non riciclata), l’utilizzo di una bottiglia di plastica, o di un qualsiasi altro oggetto monouso, può durare anche solo qualche minuto. A livello di inquinamento ambientale il prezzo da pagare è altissimo: enormi quantità di Co2 rilasciate nella fase produttiva, presenza di rifiuti nell’ambiente, microplastiche che popolano mari e oceani mettendo a rischio la vita degli animali e degli esseri umani. Le microplastiche, infatti, sono delle particelle minuscole di plastica che, venendo ingerite volontariamente o involontariamente, costituiscono una seria minaccia per la fauna marina e possono arrivare fino sulle nostre tavole.

Superare il monouso

Per cercare di far fronte a questa crisi senza precedenti  abbiamo visto spuntare da ogni parte le soluzioni più disparate. Al posto delle numerosissime bottiglie di plastica ora ci sono borracce riutilizzabili di ogni forma e colore; le cosiddette “mug-to-go” sostituiscono i grandi contenitori di caffè da portare in giro, per aggiungere poi cannucce di metallo, le confezioni dei cibi da asporto in cartone o materiali riciclabili. Anche i prodotti usa e getta per l’igiene o quelli fortemente inquinanti sono stati sostituiti da prodotti riutilizzabili o da materiali più ecologici, che si possono facilmente acquistare in comodi zero waste kit su siti web come Etsy e simili.

Il cambiamento di abitudini, per altro circoscritto ad una fascia molto limitata della popolazione, non ha segnato un miglioramento della crisi ambientale. Infatti, secondo un recente studio, la produzione della plastica entro il 2050 causerà il 15% delle emissioni di gas serra, la stessa quantità che oggi è prodotta dai sistemi di trasporto mondiali. Questo dato non stupisce se si pensa che la produzione della plastica è quadruplicata negli ultimi 40 anni.

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fonte: Our World in Data (CC BY-SA 3.0 AU)

 

Impatto ambientale dei DPI

Oggi lo scenario si è ulteriormente complicato a causa del Covid-19 e della massiccia produzione di rifiuti non riciclabili ad esso connessi. I sistemi di protezione individuale (dpi), in particolare le mascherine chirurgiche in TNT, e di prevenzione al contagio sono il pomo della discordia. Se da un lato rappresentano uno strumento irrinunciabile per contenere la diffusione del virus, dall’altra diventano quotidianamente una massa di rifiuti non riciclabili che sopravvivrà ancora a lungo, molto più a lungo della pandemia. Solo in Italia, infatti, ogni giorno a causa delle mascherine vengono prodotte 100 tonnellate di rifiuti plastici, cifra che secondo l’Istituto Superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) arriva a 410 tonnellate.

Ad incrementare l’uso della plastica nella fase emergenziale è stata anche la falsa convinzione, appoggiata dai produttori in crisi della plastica, che quest’ultima fosse un materiale più igienico. La smentita però arriva sia da Yale che dai National Istitutes of Health: il virus sarebbe in grado di sopravvivere sulla plastica fino a tre giorni, non rendendo la plastica più sicura del metallo o di altri materiali.

Dal punto di vista ambientale, i dpi rappresentano un forte rischio sia per l’errato smaltimento che per la dispersione nell’ambiente. Se si considera che, già prima della pandemia, le stime prevedevano che la quantità di plastica nell’oceano sarebbe triplicata nel 2040, raggiungendo i 29 milioni di tonnellate all’anno, si comprende la gravità della situazione in un momento storico in cui l’attenzione all’ambiente da parte dei governi non è sicuramente una priorità. Ad esempio, in Italia l’entrata in vigore della plastic tax, che prevedeva una maggiore tassazione per la plastica monouso, è stata rinviata al 2021. Anche in Gran Bretagna, l’aumento del prezzo dei sacchetti di plastica è stato sospeso.

Proteggersi inquinando meno

Ovviamente la prospettiva di rinunciare ai dispositivi di prevenzione individuale non è percorribile al momento, ma esistono alcune iniziative Made in Italy che hanno raccolto la sfida di arginare il virus in maniera ecosostenibile. L’attenzione si è concentrata soprattutto sulla progettazione di mascherine, la maggiore causa di produzione di rifiuti sanitari.

L’azienda Stil Gomma, con sede nella provincia di Bergamo, una delle zone più colpite dalla pandemia, ha sviluppato una maschera riutilizzabile in silicone. Nella parte anteriore del dispositivo, che serve per agganciare il filtro, sono presenti degli ioni di argento che permettono alla superficie di rimanere antibatterica. Il filtro in TNT è l’unica componente monouso e non riciclabile della mascherina. Tuttavia attraverso un semplice meccanismo di aggancio la sostituzione è molto facilitata. La sterilizzazione, però, è il punto forte di questa mascherina. Basta seguire delle semplici procedure attuabili anche in ambiente domestico: mettere la mascherina nel forno a microonde o bollirla in pentola, come mostra l’immagine qui sotto.

metodi di igienizzazione Bergamask

fonte: stilgomma.it

Un prodotto simile è la mascherina riutilizzabile “Drop” sviluppata dal Cappello Group a Ragusa. L’obiettivo principale era quello di ridurre l’impatto ambientale ed economico delle mascherine. “Drop” è un nomen omen: vuol dire goccia in inglese e si riferisce proprio alle gocce che causano il contagio del Covid. Anche in questo caso è possibile lavarla con acqua calda o igienizzarla con l’alcool.

Tra le mascherine riutilizzabili Made in Italy vale la pena ricordare anche quelle prodotte dalla riconversione dell’impianto Lamborghini e le numerose risorse disponibili in rete da realizzare grazie alle stampanti 3D. Nell’ambito dei dispositivi di prevenzione al contagio anche Yatta ha contribuito con la creazione di Shield-19, una visiera protettiva stampata in 3D, rivolta al personale sanitario o ai casi di estrema esposizione al virus.

Una novità appare, invece, la MASKEEN dell’azienda molisana VA.FRA, una mascherina lavabile fino a 10 volte e totalmente biodegradabile. Composta in cotone e gomma naturale, ha un periodo di decomposizione di circa 2 mesi a fronte dei 100 anni della plastica. Sul sito l’azienda, però, ricorda dettagliatamente che, per quanto breve sia il periodo di decomposizione, la mascherina non deve comunque essere buttata nell’ambiente per il suo potenziale infettivo, ma deve essere gettata nella raccolta indifferenziata.

Per approfondire:



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