
Home / Blog / Work / 24 Giugno 2021Il Game Designer: coordinare la progettazione di nuovi mondi
“I giochi sono piccoli mondi ordinati,
nei quali regna l’armonia delle regole,
regole che chiedono rispetto”
Alex Randolph
Il gioco ha da sempre avuto un ruolo importante nelle dinamiche umane, fin dalle prime civiltà delle quali abbiamo reperti tangibili; tracce che hanno spinto pensatori, filosofi e studiosi a riflettere su questo argomento, cercando di definirne le particolarità e le ragioni della sua costante presenza nel corso dei secoli.
Da Aristotele, che riteneva il gioco un’attività e un’esperienza non finalizzata e produttiva ma utile per lo sviluppo della personalità e per l’allenamento della sfera cognitiva, arrivando fino a Maria Montessori con le teorie sull’educazione degli infanti e sul valore educativo del gioco.
È proprio il gioco a differenziarci dagli animali: quest’ultimi infatti non giocano, anzi, per così dire, “simulano”, si allenano. Per gli esseri umani invece, il gioco rappresenta uno strumento utilizzabile per interagire direttamente con il proprio immaginario, attraverso un sistema di regole che chiedono di essere rispettate.
Il gioco: mistero e scoperta
Il gioco non è individuabile tra i bisogni primari dell’essere umano, bensì è relativo ad un bisogno di appartenenza: riconducibile perciò all’essere amato e all’amare, far parte di un gruppo, cooperare, partecipare. L’appartenenza rappresenta l’aspirazione di ognuno di noi ad essere un elemento della comunità. È quindi non fondamentale come bisogno, ma comunque ricercato poiché necessario all’animale sociale.
Il mistero e la scoperta sono due elementi da sempre fortemente legati al gioco, basti pensare all’origine dei dadi moderni, l’astragalo. Questo altro non è che un osso breve del tarso, di forma irregolarmente cuboide, che si articola con la tibia e il perone, il calcagno e lo scafoide. Avendo 4 lati differenti, gli astragali (di bovini) venivano utilizzati anticamente dagli sciamani che lanciandoli a terra -e generando perciò numeri casuali- ottenevano predizioni riguardo il futuro.
Questi evolsero nelle tesserae romane -rigorosamente truccate con dei pesi- e che danno origine ai moderni dadi. È in epoca romana che il gioco diviene strumento finanziario e di scommessa. Se nell’Antico Egitto i faraoni dovevano giocare una partita a Senet (un antesignano del backgammon) per guadagnare l’accesso all’aldilà, nella Roma imperiale il gioco fungeva come risolutore nella trattativa riguardo la spartizione di province e terre conquistate.
Grazie a Galileo Galilei cambia il rapporto dell’umanità con il gioco, da sempre conflittuale per la mancanza di una piena consapevolezza. È infatti Galilei il primo scopritore e divulgatore di teorie statistiche e di probabilità. Egli fu il primo a riconoscere e definire che -lanciando due dadi- la probabilità che esca 3 (DADO A) e 4 (DADO B) rispetto che esca 4 (DADO A) e 3 (DADO B) è differente, ed è perciò non riconducibile ad una matrice divina.
Il ruolo del game designer
Il game designer ha la responsabilità di generare il “fattore divertimento” del gioco: il suo principale obiettivo è di creare il miglior gioco possibile, considerando determinati elementi, come la tipologia di gioco, il pubblico di riferimento e il mezzo per cui il gioco è progettato.
Tra tutte le figure che arricchiscono l’industria dei giochi e videogiochi, il compito del game designer è stato spesso confuso e travisato nei tanti ruoli che compongono un’azienda sviluppatrice di giochi.
Seppur oggi il maggiore interesse delle imprese nel settore sia quello di produrre videogiochi (per pc, console o smartphone) poiché maggiormente capitalizzabili, esistono e resistono le tipologie di giochi da tavolo, astratti, di logica, di costruzione, di ruolo, ecc. Il ruolo del game designer è presente per tutte queste tipologie di gioco, ed il suo compito è quello di coordinare il proprio team, ove altri professionisti si occupano di realizzare il gioco vero e proprio (designer, programmatori, copywriter).
In poche parole, potremmo definire il game designer come il regista di un gioco o game director, ossia colui che dirige il progetto da molti punti di vista, ma è per certi versi riduttivo. È più “progettista” che “creatore”.
Scopo del game designer non è infatti inventare un gioco nuovo o un nuovo modo di giocare: lavora alle fasi di progettazione del gioco. Ideare un gioco da zero, senza citare o rifarsi a dinamiche o meccaniche di altri giochi è un compito molto difficile. L’umanità, da millenni, evolve giochi astratti, da tavolo, di logica, di carte, di ruolo o su nuove piattaforme o con nuove integrazioni. L’innovazione quindi, ogni volta, sta nel creare regole (che fanno parte della meccanica del gioco) in aperto contrasto con la realtà, che se inserite in un sistema di giocatori, prendano una propria dinamicità.
Un esempio, di dinamiche di gioco attualizzate, può essere Candy Crush Saga, popolare videogioco rompicapo per device mobili, apertamente ispirato al più vetusto Bejeweled, il quale già traslava su un supporto digitale un gioco astratto giocato fin dall’antichità con semi e sassolini. Candy Crush però ha applicato, ad un gioco simile a molti altri, la dinamica tipica della slot machine: la vertigine, il rumore, l’effetto visivo. Vi è per il giocatore una continua compensazione e premiazione emotiva, grazie anche all’utilizzo di dark pattern che aumentino il legame morboso con il gioco.
I dark pattern sono scelte adottate nel design delle interfacce con lo scopo di spingere gli utenti a compiere azioni che altrimenti non avrebbero svolto o di rendere più difficile il compimento di altre azioni sfavorevoli per il fornitore del servizio, e sono ampiamente usati nei giochi su piattaforme multimediali.
Obiettivo di un game designer è -secondo l’opinione di autori di giochi come Spartaco Albertarelli- quello di creare una “retorica del gioco”, che promuova: la consapevolezza e l’importanza del gioco; la consapevolezza dei pericoli associati al gioco; la necessità di fare del game designer una professione moderna; il rispetto verso chi gioca. E ciò è necessario per far sì che del gioco si parli bene, perché è ciò che ci fa differire ed evolvere cognitivamente rispetto agli animali, attraverso la creazione di regole e meta-contesti comuni.
Una questione creativa
Il mestiere dell’autore di giochi (o game designer) è strettamente legato a forti capacità creative. La creatività è innanzitutto cercare di vedere e di fare le cose in una maniera diversa; ed il violare regole della vita quotidiana è una delle parti del “gioco”. Chiunque sviluppi un gioco, qualunque esso sia, ha come compito iniziale di cercare di fare qualcosa che vada in totale contrasto con le regole del quotidiano.
“Il contrario di gioco non è ciò che è serio ma ciò che è reale.” Sigmund Freud
Freud si riferiva al gioco dei bambini, dei più giovani; coloro i quali con semplicità “fanno che…”, creando mondi e contesti in cui muoversi. Quei bambini siamo stati tutti noi, e siamo quello che siamo perché giochiamo durante l’infanzia.
Un grande uomo della Storia moderna disse “siamo realisti, esigiamo l’impossibile”. Per il game designer, come per altre professioni e altri settori che prevedono un grande lavoro creativo, questo diviene un assunto cardine.
Seppur sia assai complesso, se non impossibile infatti, creare -o meglio ideare- un gioco da zero, vi è sempre e comunque una possibile reinterpretazione in una nuova chiave: i giochi che accompagnano l’umanità da millenni hanno subito cambiamenti e trasformazioni, dagli astragali ai dadi moderni, come dalle Turriculae romane (piccole torri in cui lanciare le tesserae) alle dice tower moderne. È quindi fondamentale per il game designer avere un’ampia conoscenza storica dei giochi, che vantaggi un pensiero innovativo applicato a questi.
Il percorso formativo del game designer
Ad oggi, non esiste un percorso specifico per diventare Game Designer. La formazione di base può essere scientifica o umanistica, ma il corso di studi più indicato è senza dubbio la laurea in Informatica, data l’importanza maggiore rivestita dai giochi su supporti multimediali.
Negli ultimi anni sono nati, sia all’estero che in Italia, corsi di studio e Master in Game Design, attivati da atenei privati, accademie di belle arti e scuole specializzate. Ad esempio: l’Università Iulm di Milano include nella propria offerta formativa il Master in Social Gaming and Mobile Application Design; la sede romana dell’Istituto Europeo di Design propone un corso in Game Design and Development; l’Accademia Santa Giulia a Brescia include un corso per specializzarsi come game designer.
Naturalmente, trattandosi di una professione molto tecnica e pratica, anche la gavetta assume un ruolo fondamentale nel percorso di formazione di un Game Designer. Ad esempio, si può iniziare facendo esperienza come tester o gameplay programmer.
I giochi e i bambini
Alex Randolph, colui che viene ricordato come il primo autore di giochi riconosciuto (poiché fu il primo a imporre all’editore la citazione del suo nome sulla scatola) disse queste illuminanti frasi riguardo i giochi, descritti come “piccoli ordinati sistemi autonomi, apparentemente autosufficienti, in cui possiamo entrare o no, a nostro piacere, che non hanno il minimo scopo di utilità, ma hanno il potere, di quando in quando, di staccarci e di assorbirci forse più di qualsiasi altra cosa nella nostra vita”.
Appare ora chiaro che il gioco sia un’attività libera, priva di costrizioni, e su ciò Randolph dice appunto che “il gioco è in assoluto l’unica cosa che non puoi costringere nessuno a fare. Se qualcuno ha giocato costretto, non ha giocato”.
Il gioco affascina tutti e la motivazione è radicata nel suo essere uno straordinario strumento di comunicazione, fra di noi, con il nostro immaginario, con il mondo dei numeri, con il divino.
Affascina tutte le fasce d’età, benché siano i più piccoli a giocare maggiormente: il gioco, in questo senso, non è una questione solo per bambini, è piuttosto “una questione da bambini”.
I bambini sono per l’appunto i maggiori game designer: i più infanti, trovandosi davanti ad un gioco materiale (che siano mattoncini Lego o tessere del domino) spesso non applicano una dinamica del gioco che si rifà alle regole originali, ma è più spesso l’invenzione di un nuovo gioco.
Infatti, il game designer dovrebbe -nell’ideare e progettare un gioco- divenire il “superuomo nietzschiano” per potersi svincolare dalla sua materialità di uomo adulto e poter -con maggiore semplicità- creare regole che siano in aperto contrasto con il reale.
Per approfondire:
- Lettura consigliata > “Giocare a imparare. Per una scuola di-vertente”, Gianfranco Staccioli, Giunti Scuola, 2019
- Capitolivm > Quattro chiacchiere con… il game designer Spartaco Albertarelli
- RollingStone > Conglomerandocene: I giochi da tavolo preferiti dalle fotomodelle in intimo
cover image credit: Bequest of Richard Cranch Greenleaf in memory of his mother, Adeline Emma Greenleaf, 1765–68, Cooper Hewitt, Smithsonian Design Museum, (Accession: 1962-56-73)
Federico Lebole
