Diritto alla riparazione è vera sostenibilità

Home / Blog / Design / Diritto alla riparazione è vera sostenibilità30 Dicembre 2020Diritto alla riparazione è vera sostenibilità

Aumento della produzione di REAA e problemi di smaltimento

In un contesto di consumismo senza freni, in cui la quantità di prodotti che si comprano e si sostituiscono poco dopo continua a crescere, purtroppo anche la quantità di rifiuti registra un enorme aumento. Le abitudini di acquisto dei consumatori, estremamente nocive per l’ambiente, sono allineate ad una precisa strategia delle case di produzione: l’obsolescenza programmata dei prodotti. In sostanza, diminuendo la durata del ciclo di vita del prodotto, ovvero di quel periodo che va dal momento in cui il prodotto arriva sul mercato fino alla sua eliminazione, si assicurano una maggiore quantità di vendite. Concetti questi che chiariremo in seguito.

Negli ultimi anni, quindi, è diventato sempre più evidente che, oltre alla grave questione della plastica, che richiede tempi di smaltimento lunghissimi, un’altra grande minaccia per l’inquinamento ambientale proviene dai rifiuti tecnologici e di elettrodomestici. Questa categoria di rifiuti viene indicata con la sigla RAEE, ovvero “rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche”, e rappresentano un grave problema per l’ambiente a causa della difficoltà di smaltimento e delle sostanze tossiche che possono rilasciare.

Un primo ordine di problemi è legato all’eccessivo “consumo” di questi prodotti. Molto spesso, infatti, accade che vengano dismessi apparecchi perfettamente funzionanti, ma superati da una nuova generazione, oppure prodotti che sono quasi del tutto funzionanti e potrebbero essere facilmente riparati. Secondo il Global e-waste Monitor 2020, i RAEE hanno raggiunto la quantità di 53,6 milioni di tonnellate, con una crescita del 21% negli ultimi cinque anni, corrispondente ad una produzione pro capite di ben 7,3 kg di rifiuti elettronici.

Un secondo ordine di problemi è quello legato allo smaltimento. Infatti, questo tipo di rifiuti se non correttamente trattato rilascia sostanze altamente tossiche nel suolo, nell’aria o nell’acqua. Proprio la diffusione sempre crescente dei prodotti tecnologici aumenta la possibilità di abbandono nell’ambiente o in discariche o termovalorizzatori, che non consentono né il recupero di alcune componenti o materiali, né la corretta eliminazione. Ancora una volta il Global e-waste Monitor 2020 riporta che solo il 17,4% dei REAA segue il processo previsto di gestione e di smaltimento, mentre la restante parte finisce nell’ambiente e nelle discariche.

In Italia, però, nel 2019 si registra un dato positivo per quanto riguarda la gestione dei rifiuti REAA. Ecodom, il Consorzio Italiano di Recupero e Riciclaggio elettrodomestici, ha gestito 122.330 tonnellate di REAA, una quantità paragonabile a 156 Freccia Rossa da 8 carrozze (ANSA), che corrisponde a circa il 16% in più rispetto al 2018. Secondo Giorgio Arienti, direttore generale di Ecodom, “I risultati ottenuti sono la prova di un impegno continuo per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. E sono ancora più importanti se si considera che il settore dei RAEE è indebolito da carenze legislative e dalla mancanza di adeguati controlli lungo la filiera”.

Un’altra soluzione per i REAA: la riparazione

Una seconda soluzione per diminuire la produzione di rifiuti REAA è la promozione della riparabilità degli oggetti elettronici cercando di allungare il loro ciclo di vita e diminuendone la continua sostituzione. Questa soluzione solleva diverse problematiche anche a livello legislativo, ambito nel quale l’Europa si sta iniziando a muovere concretamente. Bisogna anche tenere presente che l’Europa si posiziona al primo posto con una produzione pro capite di 16,2 Kg, oltre il doppio rispetto alla media mondiale (7,3 kg) citata in precedenza.

Per far fronte a questo squilibrio, il Parlamento europeo lo scorso novembre ha votato a favore del diritto di riparazione da parte dei consumatori. L’obiettivo di Bruxell è quello di sviluppare e introdurre un sistema di etichette obbligatorio che informi in maniera chiara e semplice il consumatore sul grado di riparabilità del prodotto. David Cormad, europarlamentare francese, ha dichiarato: “Con questo voto, il parlamento europeo ha mandato un messaggio chiaro: l’introduzione obbligatoria di etichette armonizzate che indicano la durabilità e la lotta all’obsolescenza prematura a livello dell’UE sono la via da seguire”.

Questa decisione si situa come coronamento di un percorso che l’Unione Europea aveva già iniziato qualche anno prima con l’adozione di norme di Ecodesign, tra le quali il riconoscimento di requisiti minimi di riparabilità per gli elettrodomestici (frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, monitor). altro passo importante per la lotta alla diminuzione dei rifiuti.

Interessante è anche riportare un sondaggio dell’Unione Europea, nel quale il 77% dei cittadini europei preferirebbe riparare i propri dispositivi piuttosto che comprarne di nuovi, mentre il 79% pensa che i produttori dovrebbero essere legalmente obbligati a facilitare la riparazione dei dispositivi digitali o la sostituzione delle singole parti. Non tutte le difficoltà legislative sono state ancora superate, ma questo sondaggio rimane un segnale importante che indica la crescente responsabilizzazione dei cittadini europei riguardo le tematiche dell’ambiente e dell’eccessiva produzione dei rifiuti REAA.

Diritto alla riparazione (Right to Repair)

La campagna europea che ha portato alla votazione al Parlamento europeo prende il nome di Right to Repair e comprende più di 30 organizzazioni in 12 paesi europei. Lo slogan è molto semplice, ma estremamente significativo: “We believe products should last longer, and therefore when broken, they should be repaired. This requires products to be designed for repair as well as support for repairers of all kinds”. Due sono le direzioni: dalla parte del consumatore si deve consolidare il diritto alla riparazione, mentre dalla parte dei riparatori è richiesto una maggiore supporto (economico e legislativo).

Per quello che riguarda il ciclo di vita del prodotto il movimento si batte, oltre che per ottenere il diritto di riparare, anche per diminuire l’obsolescenza anticipata da parte dei produttori. Per obsolescenza anticipata o programmata si intende quella strategia che definisce il ciclo di vita di un prodotto in modo da limitarne la durata dell’utilizzo, renderlo obsoleto e costringere il consumatore a comprare un nuovo modello, progettato nello stesso. Si vede bene come questo tipo di politica di design favorisca le case di produzione di elettrodomestici e devices elettronici, ma è anche la causa principale all’aumento così significativo dei rifiuti REAA. Si delinea quindi un forte contrasto tra le aziende e i sostenitori di Right to Repair.

Il programma attorno al quale si è sviluppato il movimento di riparatori prevede tre punti fondamentali:

  • Un buon design. I prodotti dovrebbero essere progettati non solo per le loro performance ma anche per durare a lungo nel tempo e per essere riparati. Per aumentare l’indice di riparabilità degli oggetti è necessario cambiare le pratiche di progettazione e produzione degli apparecchi: i dispositivi devono essere facilmente smontabili e aggiornabili, le case di produzione devono evitare di assemblare con componenti termosaldati che rendono complesse le manovre di sostituzione delle parti difettose. (Coolproducts)
  • Accesso equo alle riparazioni. Le riparazioni dovrebbero essere economicamente convenienti e soprattutto non dovrebbero costare di più del prodotto nuovo, come spesso invece succede oggi. Inoltre, nessun tipo di barriera legale dovrebbe ostacolare i repairers che siano lavoratori indipendenti o organizzati in gruppi. L’obiettivo di questo punto è raggiungere un diritto universale nei termini pratici di prodotti facilmente riparabili e di manuali approfonditi per facilitare le operazioni.
  • Consumatori consapevoli. I cittadini vogliono sapere se gli oggetti che acquistano sono destinati ad avere una lunga vita (con possibilità di riparazioni) o se invece sono pensati per essere buttati via una volta che si rompono. Questo tipo di informazioni deve essere disponibile al momento dell’acquisto (ed è proprio a favore di questo punto che si è espresso favorevolmente il parlamento europeo).

Nella stessa direzione si muove iFixit proponendo sul suo sito quasi 70.000 manuali di riparazione gratuiti e molte centinaia di migliaia di soluzioni per utilizzarli, oltre che a innumerevoli kit “quasi gratis” per le riparazioni autonome. Nonostante qualche contraddizione tra impostazione programmatica e vendita di oggetti che potrebbero facilmente diventare rifiuti, iFixit risulta comunque uno strumento utile per la comunità di repairers.

Restar Party

Connesso al movimento del diritto alla riparazione, si collocano le iniziative del Restart Project, una comunità di riparatori che si è formata a Londra nel 2012 e poi si è diffusa nel resto d’Europa. I Restart Parties sono degli eventi gratuiti nei quali alcuni esperti insegnano ai partecipanti come aggiustare o dare nuova vita ai prodotti tecnologici. L’Italia è il paese più attivo con frequenti Restart Parties che si svolgono tra Milano, Torino e Firenze.

La missione di Restart Project si è spostata anche nelle scuole, dove con un programma di 10 settimane i ragazzi imparano alcune tecniche di riparazione e le nozioni fondamentali di design del prodotto. L’obiettivo di queste lezioni, tenute da educatori e insegnanti con il supporto dei volontari del progetto, è quello di sensibilizzare i ragazzi sull’impatto positivo delle riparazioni e destare interesse per una tematica strategica durante il percorso scolastico e di crescita.

 

Per approfondire:

cover image credit: The Met (Object: 20338 / Accession: 2018.294.32)



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