Covid e Gen Z: impatto economico e psicologico

Home / Blog / Design / Covid e Gen Z: impatto economico e psicologico22 Gennaio 2021Covid e Gen Z: impatto economico e psicologico

Negli scorsi mesi, sono state frequenti le analisi e i dibattiti sugli eventi traumatici della crisi pandemica. Si è cercato di fare il punto della situazione non solo sull’attualità emergenziale, ma sulle possibili conseguenze del Covid-19 a livello sanitario, sociale ed economico. In questo quadro, i giovani sono stati spesso dipinti dai mass-media in una luce estremamente negativa. C’è stato un leitmotiv che li ha visti protagonisti di “movida”, feste senza distanziamento e assembramenti pericolosi dal punto di vista del contagio. Senza voler prendere una posizione sulla questione della sicurezza sanitaria legata allo stile di vita delle generazioni più giovani, si vuole invece fornire un quadro più ampio sullo stato della Gen Z in seguito alla pandemia.

In un articolo precedente, si è tracciato un quadro sulla “teoria generazionale” e sulla sua validità per interpretare le specifiche caratteristiche della Generazione Z, quella dei nati tra il 1997 e il 2010. In sostanza, se ogni generazione si struttura, nella fase della sua giovinezza, attraverso la condivisione di eventi storici che formano una coscienza comune, la Generazione Z, attualmente, si sta formando proprio attraverso gli eventi del Covid-19. Per questa ragione si è deciso di approfondire l’analisi anche da una prospettiva economica e psicologica.

Diversificazione dell’impatto del Covid sulle generazioni

Recentemente, diversi studi condotti sull’impatto del Covid a livello economico, sociale e psicologico mettono in evidenza una differenziazione di effetti, soprattutto su alcune categorie di lavoratori e sulle generazioni più giovani.

Secondo il report di Eurostat “Covid-19 labour effects across the income distribution” il rischio di perdere il lavoro o di avere una riduzione del monte ora lavorativo preoccupa milioni di cittadini europei, ma questa preoccupazione si realizza in maniera discontinua e privilegiando i settori più colpiti dalle misure di restrizione, come il settore alimentare e quello alberghiero. Alle differenze di settore si aggiunge però una precisazione significativa: il rischio di perdere lavoro è maggiore per lavoratori a tempo determinato, i giovani impiegati, di età tra i 16-24 anni, e le occupazioni a bassa professionalità. Seguendo anche le indicazioni di Gray Kimbrough, economista alla American University, si può ipotizzare che le tre categorie appena citate si sovrappongano. Infatti, in un articolo del National Geographic Kimbrough precisa proprio che la recessione è stata più sentita proprio dalle persone che si trovavano in un posizione lavorativa più svantaggiata o instabile: inizio di carriera, minore educazione o formazione, tipi di lavoro che non possono essere svolti da casa. Queste persone tendono ad essere più giovani.

Il report, oltre a mettere in luce la situazione economica estremamente precaria delle generazioni più giovani, mostra un ulteriore allargamento della forbice economica con il relativo aumento di povertà e disuguaglianza. I paesi con un più alto indice di povertà per la popolazione attiva (18-64 anni) sono anche i più colpiti dagli effetti della crisi economica della pandemia. In generale, questo vuol dire che la crisi innescata dalla pandemia ha un impatto maggiore per le categorie di lavoratori che sono già in una posizione svantaggiata.

Grafico probabilità perdita lavoro

Fonte: Eurostat. Risk of temporary reduced hours and losing job EU in 2020

Differenze di reddito e distanziamento sociale

Un ultimo dato interessante sulla disuguaglianza tra classe sociali emerge in una analisi condotta dal PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the USA), attraverso dati anonimi provenienti dall’uso dei telefoni. Prima della pandemia la fascia di popolazione più ricca aveva la possibilità di spostarsi molto di più rispetto ai lavoratori con stipendi più bassi, sia per necessità lavorative che di intrattenimento. Con l’inizio della pandemia questo ordine si è rovesciato: “Wealthy areas went from most mobile before the pandemic to least mobile, while, for multiple measures, the poorest areas went from least mobile to most”. Tale fenomeno indica che la classe sociale più ricca svolge lavori che, in media, possono essere condotti interamente rimanendo nella propria abitazione, con una maggiore sicurezza rispetto all’esposizione al virus e un maggiore distanziamento sociale. L’opposto, invece, avviene per la popolazione più povera. Sebbene lo studio sia stato condotto in relazione alla popolazione statunitense, è importante tenere a mente che l’esposizione al virus, e la possibilità di contagio, sono legate anche alle differenze di reddito.

Dati relativi all’Italia

Per quanto riguarda la situazione del mercato del lavoro in Italia si nota una tendenza maggiore alla riduzione dell’orario lavorativo rispetto alla perdita del posto di lavoro. Circa il 4% dei lavoratori ha perso il posto di lavoro e ben il 25% ha visto il loro orario – e il loro stipendio – ridotto. Nonostante la percentuale della perdita di lavoro sia più bassa rispetto a quella di altri paesi Europei come Irlanda, Spagna e Portogallo, nel complesso i lavoratori italiani sono tra i più colpiti dalla recessione economica.

Inoltre, il dato sull’occupazione giovanile mostra il paese al quarto posto per possibilità di perdita di lavoro. Se la media nazione si aggira intorno allo 0,04/1 di probabilità, quella giovanile è di oltre lo 0,12/1. In sostanza, i giovani hanno la probabilità di perdere il posto di lavoro tre volte maggiore rispetto agli altri lavoratori.

rischio perdita lavoro per i giovani

Fonte: Eurostat. Risk of losing job in 2020 for young workers

Salute mentale e stress

Un’altra conseguenza fondamentale sottolineare è l’impatto a livello di stress psicologico sulla Generazione Z. Secondo il rapporto 2020 dell’American Psychological Association (APA) sui livelli di stress in America e sulle sue cause, la Generazione Z è risultata essere quella con un più alto livello di stress. In generale, come era facile prevedere, la tendenza allo stress, all’ansia e alla depressione è aumentato per tutte le generazioni, non solo per i più giovani. Fenomeno che secondo l’APA avrà serie conseguenze a livello sanitario e sociale per molti anni a venire.

Mentre i cittadini più anziani hanno adottato una mentalità più vicina alla rassegnazione, del tipo “anche questo passerà” (“this, too, shall pass”), gli adulti della Generazione Z (18-23 anni) si trovano in un momento decisivo della loro vita “experiencing adulthood at a time when the future looks uncertain”.

Le principali cause di stress sono da ricercarsi negli eventi del 2020, pandemia e misure restrittive annesse, ma anche nelle questioni più critiche della società contemporanea, come ad esempio l’aumento del tasso di suicidi, le frequenti molestie sessuali purtroppo protagoniste nei mezzi di informazione, il cambiamento per le leggi dell’aborto. Per non considerare poi il problema delle chiusure scolastiche, che ha rappresentato un enorme fonte di incertezza per i più giovani della Generazione Z (13-17). Più della metà degli studenti intervistati sostiene che la pandemia ha reso i piani per il futuro quasi impossibili da intraprendere.

Conclusione

Per cercare di comprendere, allora, quale potrebbe essere la risposta di questa generazione alla crisi ritorniamo alle parole di Howe nell’intervista su Wired, Inverno 2020. “[I membri della Gen Z] saranno cauti ma costruiranno moltissimo sui disastri della generazione che li hanno preceduti. Perché una cosa è certa dai boomer (inclusi) in avanti, nessuno sa più come far funzionare le cose. I grandi costruttori sono quelli della Silent Generation (N.d.R si intende la generazione che negli anni ’50 ha ricostruito il mondo dopo la Seconda guerra mondiale). Ma sono invecchiati e morti praticamente tutti. […] Il futuro, quindi, è in mano ad una grande generazione di costruttori”.

La voce di Howe di speranza non è isolata, anche Deloitte nel Millennial Survey di Deloitte Global, un’analisi che ha coinvolto Millennials e Generazione Z, da diversi paesi nel mondo, ha messo in luce le forti criticità ancora una volta a livello economico e psicologico, ma anche un forte desiderio di ripartire da un “better normal”. Fabio Pompei, CEO Deloitte Italia, nota come i risultati dell’indagine mostrino Millennial e Gen Z “caratterizzate da una profonda resilienza: se da un lato i giovani sono preoccupati per l’impatto economico, finanziario e sociale del Covid-19, dall’altro molti di loro vedono questa crisi come una grande opportunità per ripartire su nuove basi e costruire una società più equa, sostenibile e inclusiva”.

 

Per approfondire

cover image credit: The Met (Objcet: 725 /  Accession: 46.67.34)



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