Che aspetto avranno le città dopo il covid

Home / Blog / Design / Che aspetto avranno le città dopo il covid31 Luglio 2020Che aspetto avranno le città dopo il covid

Le pandemie non sono una scoperta assoluta di questo inizio millennio, ma si sono presentate con una certa ricorrenza anche in passato, con impatti significativi sulla vita delle persone. E le persone hanno sempre trovato il modo per adattarsi alle nuove condizioni che venivano imposte.

Un’epidemia che forse abbiamo dimentichiamo troppo facilmente è quella da SARS (dal virus SARS-Cov), manifestatasi per la prima volta in Cina alla fine del 2002 e diventata subito un minaccia globale (meno in Europa, motivo per il quale forse ce ne siamo dimenticato forse troppo in fretta).

Alcune pandemie sono durate anni e hanno sempre richiesto dei cambiamenti negli stili di vita, si pensi alla tubercolosi e alla costruzione dei sanatori, e nel rapporto con spazi pubblici e privati, in particolari quelli ibridi dedicati al lavoro.
È interessante andare a ritroso nel tempo e vedere come sono stati riorganizzati gli spazi pubblici per scoraggiare la diffusione delle epidemie. Un esempio è quello appena citato dei sanatori, strutture concepite appositamente per contenere la tubercolosi, diffusasi con prepotenza nei primi anni del ‘900. Introdotti in molti paesi, inclusa l’Italia, erano caratterizzati da lunghe pareti con ampie finestre che permettevano alla luce di entrare negli spazi interni (già dalla metà del 1800 si era notato quanto il sole fosse efficace nell’uccidere i batteri della malattia) o le terrazze che davano modo ai pazienti di respirare all’aperto ma in modo parzialmente isolato da altre persone.

Ogni aspetto di quelle strutture, per le conoscenze dell’epoca, era progettato per favorire il recupero fisico e mentale, e anche il colore delle pareti era scelto per il senso di tranquillità che trasmetteva.

Anche nell’emergenza attuale si è pensato a strutture costruite o riadattate per ospitare i malati di Covid19. Oltre alle terapie intensive allestite ad hoc, sono state usate anche navi grazie alla loro naturale divisione interna in cabine, o alberghi che nelle stanze potevano accogliere singoli pazienti da trattare. Un esempio a Milano è stato l’utilizzo della struttura dell’Hotel Michelangelo, dove il Comune ha convogliato molte persone soggette a quarantena, tra cui persone senza fissa dimora.

Innovazione e adattamenti

Nel corso degli anni le scoperte scientifiche e gli studi sui virus, oltre che un miglioramento generale delle norme igienico-sanitarie, hanno aiutato in modo considerevole ad arginare gli effetti che un’epidemia poteva avere sulla popolazione. In riferimento alle scoperte nel campo dei virus e delle epidemie pensiamo per esempio al significativo contributo di Ilaria Capua, determinante nel contrasto alla diffusione dell’influenza aviaria grazie alla sua scelta (non priva di conseguenze personali) di forzare i meccanismi di condivisione dei dati, mettendo in condivisione in un database open access la sequenza genetica del primo ceppo di influenza aviaria, anziché destinarlo al database di una società privata.

Le risposte di ogni società ai mali che la colpiscono sono sempre determinate dalle conoscenze specifiche di quella stessa società. Ma è interessante notare come, in moltissimi casi, le soluzioni attuate per evitare la diffusione di virus, abbiano avuto come piani di intervento quelli urbanistico e architettonico, modificandoli anche radicalmente.

Durante la peste bubbonica del 1630 -descritta nelle pagine dei Promessi Sposi del Manzoni- il numero di perdite umane fu enorme e ancora una volta nelle città ci furono dei cambiamenti importanti: a Milano vennero costruite una serie di nuove strade come l’attuale Corso Buenos Aires, divenuta oggi una delle più importanti arterie commerciali della città.

A Parigi invece, l’epidemia di colera del 1832 diede grandissimo impulso alla costruzione dell’imponente rete fognaria -una formidabile opera architettonica- e anche al successivo “restyling” monumentale dell’intera città, opera del grande urbanista Haussmann, che riorganizzò l’intera planimetria della città e avviò la costruzione di nuovi monumenti e palazzi come l’Opéra Garnier.

Negli stessi anni anche Londra subì una notevole trasformazione con la costruzione di un’importante rete fognaria, ma a dettare molti cambiamenti fu una scoperta scientifica destinata a cambiare le sorti della medicina moderna. Il medico londinese John Snow, venne incaricato di risolvere il problema dell’epidemia di colera che aveva investito la città.

Dopo essersi fatto portare le mappe dei vari quartieri di Londra sui quali aveva evidenziato i dati relativi alle morti e ai malati (geolocalizzandoli come diremmo oggi), John Snow cercò di trovare delle correlazioni che fossero all’origine della diffusione del contagio.
Grazie a questo approccio analitico e sistematico, il medico scoprì che il virus non si diffondeva, come tutti pensavano, a causa della cattiva qualità dell’aria, ma con l’acqua. Questa congettura divenne prima ipotesi, poi verità scientifica. Questo metodo di analisi potrebbe essere indicato come uno dei primissimi esempi noti di “data visualization”, applicata per mappare le malattie.

L’epidemia di colera generò grandissimi cambiamenti anche in Italia. Tra le città più segnate dalle modifiche ci fu Napoli, nella quale dopo il 1884 prese il via un progetto di risanamento della città che prevedeva lo sventramento delle zone più degradate in favore di nuovi edifici, piazze e strade. Molti quartieri furono abbattuti e al loro posto sorsero nuove strade come Corso Umberto I, oggi una delle zone commerciali più importanti della città.

Non va poi dimenticata poi l’influenza spagnola, dalla quale si è generata l’idea della fondamentale importanza dei sistemi sanitari pubblici. Per far fronte alla diffusione del virus, in quell’occasione venne introdotto il concetto di “distanziamento sociale” e la chiusura delle attività commerciali, delle chiese e dei teatri. Una situazione tristemente simile a quella che abbiamo vissuto nei mesi passati e che anche oggi porta a scelte di vita radicali.

Le regole del MASS Design Group

Il MASS Design Group è un team internazionale di oltre 120 professionisti che già in passato si sono occupati di progettare edifici per il controllo delle infezioni (un esempio è l’Ospedale di Butaro, in Ruanda, per fronteggiare la diffusione di epidemie come il colera e la tubercolosi).
Forte di quell’esperienza, il team ha deciso di promuovere delle pratiche per la corretta progettazione di spazi per la prevenzione e il controllo delle malattie, tra cui “far respirare meglio gli spazi” e altri consigli su semplici adeguamenti: “aprire le finestre, aumentare il movimento dell’aria, introdurre filtri e accendere i ventilatori” e ancora “evitare corridoi chiusi, aree di attesa e altri spazi progettati senza il flusso d’aria”.

Lo spazio urbano

Alla luce di quanto detto finora, è molto probabile che anche le città cambino aspetto, soprattutto nel momento in cui si ripopoleranno nuovamente come nella fase precedente al lockdow.

Per ora non abbiamo gli elementi per affermare con esattezza come sarà la fisionomia della città post-pandemia. Tempo fa le modifiche riguardarono soprattutto la costruzione di reti fognarie e la pulizia delle città, abbattendo i quartieri più popolosi e sostituendoli con ampie strade e spazi aperti. Ora che il distanziamento sociale è così importante, e lo è anche una maggiore cura dell’ambiente, quale occasione migliore per concentrarsi sulla costruzione di parchi, piste ciclabili e maggiori spazi pubblici.

Abbiamo già parlato dei quartieri in riferimento al fatto che, durante il lockdown, sono diventati spazi fondamentali per chi non poteva allontanarsi troppo dalla propria abitazione. Ecco che, nella città dopo il coronavirus, i quartieri potrebbero essere resi autosufficienti e dotarsi di più negozi e servizi.

Simone d’Antonio, giornalista ed esperto di sviluppo urbano, ha elaborato 5 proposte per costruire le città dopo il coronavirus. Il primo consiglio è quello di dedicare meno spazio alle auto e di più alle persone.

Uno dei problemi principali infatti, riguarda le strade: spesso la loro grandezza non permette di mantenere la distanza di sicurezza. In questo senso un esempio da seguire è quello di grandi città come Budapest, Bogotà e Città del Messico con l’allargamento delle piste ciclabili o come sta accadendo in alcune città della Nuova Zelanda con l’estensione dei marciapiedi.

Il secondo consiglio è quello di seguire il modello della “città del quarto d’ora”. Secondo questa prospettiva i quartieri migliori sono quelli dove i servizi e i negozi sono raggiungibili senza per forza utilizzare l’automobile. È sempre d’Antonio a dire: “Lo stesso può valere per i luoghi di divertimento e di ricreazione, oltre che per tutte le altre funzioni essenziali che nelle grandi città possono essere rese più accessibili attraverso strategie che combinano azioni di coinvolgimento civico e recupero degli spazi, come aree verdi, negozi dismessi o edifici pubblici sottoutilizzati”.

Un approccio complementare, per diminuire la mobilità, è quello di investire maggiormente nello sviluppo della banda larga, così da favorire il lavoro da remoto e l’erogazione di servizi digitali, ma anche per creare nuove forme di fruizione dei prodotti culturali. In questo caso, secondo d’Antonio, “Le città giocheranno un ruolo decisivo nel sostenere sul breve e medio periodo questo cambiamento”, e aggiunge: “città del calibro di Sidney o Berlino che hanno rafforzato il budget annuale per le imprese culturali o creato dotazioni ad hoc per artisti e creativi.”

Potrebbe essere l’occasione giusta per riorganizzare anche spazi minori, spesso messi in secondo piano, puntando su una città ovunque più verde e dotata di tanti servizi di prossimità, quali parchi, piscine, aree attrezzate con giochi per i bambini. La vita urbana diventa così più piacevole e sana, per tutti.

(photo credit: Wikipedia – Lazzaretto Milano secolo XIX)

 

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