Umanesimo e tecnologia: una visione interdisciplinare

Home / Blog / Design / Umanesimo e tecnologia: una visione interdisciplinare16 Aprile 2021Umanesimo e tecnologia: una visione interdisciplinare

Nel 1959, all’Università di Cambridge, Charles Percy Snow (1905-1980) importante chimico e letterato, tenne una lectio magistralis intitolata “Le due culture e la rivoluzione scientifica”, che avrebbe alimentato il dibattito sulla distanza che nella civiltà occidentale si era creata tra discipline scientifiche e sapere umanistico.

Fin dall’antichità, lo scienziato e l’umanista erano incarnati dalla medesima figura, impegnata a descrivere e studiare i fenomeni naturali e a discuterne le implicazioni etiche e metafisiche. Con l’avvento della rivoluzione scientifica e la nascita della scienza moderna, per la prima volta venne prefissato l’obiettivo di inquisire la natura tramite esprimenti misurabili, verificabili e riproducibili, con la conseguenza di allontanare in maniera sempre più netta il campo di lavoro del filosofo dello spirito da quello del filosofo naturale.

Snow pensava che il motivo di questa frattura risiedesse non soltanto nel campo d’interesse, ma anche nell’attitudine al sapere: oltre al metodo, era lo spirito con cui questo veniva applicato alla conoscenza a creare una fitta distanza tra i due ambiti. Il problema nasceva dal diverso punto di vista con cui le due culture osservavano la condizione umana, che da un lato veniva vista come un’esperienza singolare ed esistenziale e dall’altro come un argomento collettivo e sociale.

Il problema odierno delle due culture

Anche oggi siamo costretti a misurarci con la provocazione di Snow, proprio perché la rottura tra le due culture non è ancora stata sanata. Interessante, da questo punto di vista, notare come molti intellettuali furono colpiti da tale provocazione reagendo in maniera peculiare. Primo Levi, per esempio, scrisse che se davvero esiste una scissione tra scienza e arte, questa è una “schisi innaturale”. Punto importante perché afferma che la cultura umanistica e quella scientifica sono manifestazioni diverse, ma profondamente interpenetrate di un’unica cultura, quella umana.

Secondo la Rivista del Centro Studi di Città della Scienza, infatti, le dimensioni principali di questo rapporto complesso tra arte (e cultura umanistica) e scienza sono tre:

  • L’arte e la scienza sono prodotti dell’evoluzione biologica e culturale
  • L’arte e la scienza sono fonte reciproca di ispirazione
  • L’arte è il canale significativo della comunicazione della scienza

 Per una Nuova Sensibilità

Un fertile punto di contatto tra le evoluzioni tecnologiche e l’apertura a una nuova visione di interconnessione tra i due campi del sapere, viene oculatamente intercettato da Ebba Wester, scrittrice freelance e filmaker, che su Ark Review pone in relazione le questioni suscitate dalla mostra Artists and Robots, esposta al Grand Palais nel 2018, con le teorie di Susan Sontag (già citata in un nostro precedente articolo) sulla Nuova Sensibilità.

La Wester descrive, infatti, la mostra – un viaggio interattivo, volto a raccontare la storia della creazione artistica robotica e meccanica – mettendone in luce gli interrogativi da essa posti: le macchine possono fare arte? Se sì, cosa ne è della nostra comprensione di creatività?

Ed è sotto questa luce che la lettura del famoso saggio della Sontag, intitolato One culture and the New Sensibility diventa uno spunto importante per rispondere a quegli interrogativi. L’autrice, infatti, difende con forza la funzione dell’arte nell’era meccanico-tecnologica, ripensando così il ruolo della cultura artistico-letteraria in un’epoca che ne mette in crisi i valori estetici e morali. L’avvento della macchina, allora, non sarebbe una minaccia per la cultura artistica, ma anzi ne ridisegnerebbe le funzioni. L’arte, che sorge nella società come operazione magico-religiosa, si evolve, così, insieme alla scienza, avvicinandosi alla sua natura sperimentale. È così che questa Nuova Sensibilità riconosce la mutevolezza dell’arte, permettendo di vedere il potenziale radicale dell’artista robotico ed alleviandone, in parte, l’aura di minaccia.

La cultura umanistica nell’era della tecnologia

Che ruolo ha, allora, la cultura umanistica nell’era della tecnologia? Secondo Davide Bennato, professore di Sociologia dei media digitali dell’Università di Catania, la tecnologia vuole diventare la cultura centrale, così da far apparire l’uomo sempre più obsoleto. È così che si va a delineare una guerra ideologica fra tecno-scienza e umanesimo, in un preciso campo di battaglia: la formazione, scolastica ed universitaria.

Bennato sottolinea che il tema diventa centrale nel dibattito culturale proprio in un posto in cui sembrava non poter mai attecchire: Silicon Valley. È proprio lì che sorge la fatidica questione dell’importanza delle discipline umanistiche nell’epoca dell’informatica, ed è proprio lì che ne viene riconosciuta non solo l’utilità, ma l’indispensabilità. Bennato fa riferimento a un articolo pubblicato da Harvard Business Review, in cui si discute il tema delle discipline umanistiche nell’era dei Data, prendendo le mosse da una serie di libri pubblicati da Scott Hartley, autore del bestsellerThe Fuzzy and the Techie, in cui si sostiene, appunto, che senza la cultura umanistica non sarebbe possibile affrontare nessuna sfida dell’epoca contemporanea. I fuzzy sarebbero, infatti, le persone con una laurea in discipline umanistiche o sociali, mentre i techie coloro che possiedono un degree in computer science.

Le competenze che i primi forniscono agli economisti, ad esempio, sono relative alla narrazione: a nulla, infatti, varrebbe raccogliere enormi quantità di dati se non ci fosse un orizzonte interpretativo in grado di attribuirne il senso, ed è per tale motivo che, proprio nell’era della complessità, tutte le forme di conoscenza sono chiamate a collaborare e lasciare la propria comfort zone.

Un’intervista

Abbiamo deciso di affrontare un tema così ampio e radicato nella nostra cultura e visione del mondo, intervistando Raffaella Folgieri, Associate Professor all’Università degli Studi di Milano, che insegna all’interno del Dipartimento di Filosofia una disciplina come l’Artificial Intelligence.

L’idea di intervistare un Professore Universitario nasce anche dalla curiosità suscitata dalla proposta di Mario Draghi in merito al piano per l’istruzione, che vuole dare centralità agli ITS, istituti tecnici superiori ad alta specializzazione che, dal suo punto di vista, dovrebbero aiutare l’Italia a riequilibrarsi nel contesto europeo. Gli istituti tecnici superiori costituiscono, infatti, un segmento di formazione terziaria, non universitaria, che vuole rispondere alla domanda delle imprese sull’importanza delle competenze tecniche e tecnologiche relative ai processi di innovazione.

Abbiamo, innanzitutto, curiosità di sapere qualcosa in più sulla sua formazione, cosa l’abbia avvicinata all’interesse per l’AI e perché abbia deciso di portare una disciplina informatica e tecnica negli ambienti umanistici.

“Io nasco come Ingegnere Elettronico. Durante il primo periodo della mia carriera mi sono occupata anche dello sviluppo di business relativi alle nuove tecnologie. Successivamente, mi sono avvicinata all’Information Technology e mi sono specializzata in Bioinformatica: usavo gli algoritmi del Machine Learning per analisi e pattern-recognition di tumori. Ho lavorato per il JCR, Direttorato di Ricerca della Comunità Europea, e mi sono specializzata nella curse of dimension. Da lì l’avvicinamento alla carriera accademica: mi sono voluta focalizzare sull’aspetto umano dell’Intelligenza Artificiale. Ho trovato tanta bellezza proprio nella sua dimensione interdisciplinare, che mi ha consentito di guardare l’uomo da un punto di vista diverso. Molti pensano che l’AI proponga un approccio meramente meccanico che riguarda robot, algoritmi e strumenti, mentre per me è la disciplina che più include l’umanità, proprio perché non possiamo comprendere un meccanismo artificiale senza comprendere l’uomo. (…) Perché a Filosofia? Proprio per questo, io vedo e ritengo che l’innovazione nasca dalla cross-fertilization, dall’unione di diverse discipline e dall’ibridazione di diversi saperi. (…) Nel ‘64 Koestler proponeva il concetto di “bisociation”, intesa questa come esplorazione creativa delle informazioni, e vista come mezzo per unire queste ultime, seppur quando in conflitto o non correlate tra loro, e ciò si può vedere sia nell’arte che nella scienza. (…) Ho visto tanta potenzialità proprio in questo. Da qualche anno insegno a Filosofia, e ne sono entusiasta, perché mi piace l’approccio critico del pensiero filosofico, ma anche che i miei studenti poi imparino pure a programmare!” 

Un contesto come quello di YATTA ci ha permesso di riconoscere l’importanza dell’ibridazione tra discipline, ma perché questa consapevolezza del carattere co-evolutivo tra tecnica e uomo, e quindi umanesimo, non riesce ad essere messa in pratica?

“Questo problema ha radici storiche, psicologicamente viene più semplice chiudersi nella propria comfort zone, chi è più trasversale viene visto con timore e non viene compreso: se pensiamo al passato, possiamo citare Leonardo Da Vinci, che se ne andò dall’Italia perché all’epoca le materie umanistiche erano considerate più importanti delle sue invenzioni (lamentava, infatti, di essere “omo sanza lettere”). Allora siamo tutti Leonardo da Vinci? Sì! Ciascuno può dare un suo contributo in base alle proprie inclinazioni, tanto meglio se sono molteplici. (…)”

Abbiamo riflettuto sul procedere artistico e ci siamo imbattuti in un articolo di Ebba Wester (citato sopra): possiamo vedere, ancora una volta, l’arte in chiave evolutiva e constatare che questa, parallelamente alla tecnica, sia la prerogativa umana di plasmare il mondo. Cosa dire, allora, della creatività?

“Ugo Foscolo diceva che l’arte non consiste nel creare qualcosa di nuovo ma nel rappresentare qualcosa in modo nuovo, quindi gli strumenti sono funzionali a questo: penso sempre che se Michelangelo Buonarroti fosse qui oggi avrebbe usato, magari, la realtà virtuale. Lui è l’esempio più calzante perché affermava che si dipinge con il cervello e non con le mani e non si limitava all’arte pittorica proprio perché era un ingegnere. (…) Parliamo tanto di AI in questo momento proprio perché è talmente vasta da racchiudere mille aspetti, e offre molte più opportunità anche per la produzione artistica. Arte intesa, a questo punto, proprio come creatività, come complesso delle capacità umane. Per me tutti sono creativi, anche il programmatore (che nell’immaginario comune non lo è): la creatività è l’atteggiamento personale al problem solving e si realizza quando avviene una connessione tra sistemi di riferimento eterogenei. Così nascono l’umorismo, la creazione artistica o la scoperta scientifica (…). Eppure la creatività delle macchine rimane comunque un argomento spinoso: pensare a una macchina creativa spaventa perché sembrerebbe che così possa superarci (…) Anche una macchina apprende e accumula esperienza: la differenza tra questa e l’uomo non sussiste affatto se ci fermiamo qui. Si può, però, obiettare che la macchina, a differenza dell’uomo, sia programmata. Ma in realtà, nell’AI, non è vero, è lasciata libera di apprendere in un certo dominio. La differenza, allora, starebbe qui: se la macchina è limitata a un dominio non ha esperienza d’altro e allora non è in grado di ibridare e quindi creare, ma se la lasciamo libera di apprendere spaziando in altri domini la situazione cambia enormemente.”

C’è un doppio problema: da un lato un timore nei confronti dell’evoluzione di AI, quando pensiamo che possa superarci o produrre arte, dall’altro un problema estetico riguardo a ciò che è o non è arte. Sembra esserci un momento di adattamento alla ricezione di queste evoluzioni.

“Il problema è proprio questo, ed è relativo alla divulgazione e alla conoscenza. Va bene la paura, ci aiuta a essere vigili, però adesso abbiamo l’opportunità di compiere un salto incredibile nell’evoluzione dell’umanità. La generazione che nasce in questa epoca, con queste tecnologie, è più predisposta a cavalcare il velocissimo cambiamento in corso (…). Qui sussiste ancora la barriera comunicativa, che non risiede tanto nei concetti: la mancanza di comprensione dipende proprio dalla divisione delle discipline, che così creano distanza tra i concetti stessi.”

Quella che emerge è una visione democratica ed inclusiva, che dia conto delle potenzialità dei singoli. In questo senso è ancora facile scontrarsi, soprattutto da un punto di vista accademico, con chi loda i tempi passati. Sembra invece più auspicabile comprendere l’aiuto reciproco che tradizione e innovazione possono darsi, anche perché la consapevolezza dell’unione costitutiva tra le varie branche del sapere ci viene proprio dalla formazione, che paradossalmente non mette in pratica questa stessa consapevolezza.

“Tutti abbiamo attraversato la fase dei nostri predecessori, ognuno è figlio dei propri tempi e se lo si ammette si può solo imparare. (…) Delude vedere che c’è ancora distanza: all’università i confini sono stati resi ancora più forti.”

Cosa ne pensa, allora, della prospettiva proposta da Draghi in merito agli ITS e alla possibilità di investire su questi ultimi?

“Tutto il nostro discorso ha a che fare con l’approccio alla conoscenza: per me sono stati fatti degli errori nella misura in cui gli ITS sono stati proposti come mera alternativa all’università. Questo farebbe pensare che chi sceglie gli ITS stia operando una scelta di ripiego (…) Dovrebbe avvenire una rivoluzione culturale, perché il problema è anche legislativo. La laurea ha un valore legale: se si rendesse il titolo acquisito con gli ITS parificabile a quello universitario, allora l’idea funzionerebbe. Si potrebbe, così, anche pensare di cambiare qualcosa all’interno del sistema universitario, che in Italia soffre per il fatto di essere fra i più antichi e forse per questo resiste al cambiamento (…) io vedo la parola università come qualcosa di legato all’universo: dentro ci dovrebbe essere tutto, per questo penso che bisognerebbe creare dei percorsi più pratici al suo interno, e più inclusivi, così da integrare i due sistemi. Quindi, dal mio punto di vista, il problema è che le scelte fatte all’indizio della propria formazione si fanno in funzione della maggiore possibilità di trovare lavoro in futuro e non sempre per le attitudini personali. Inoltre, spesso la scelta si compie senza essere sufficientemente informati circa il lavoro che andremo a fare: si fanno delle scelte per poi capire, una volta addentro nella realtà lavorativa, che ci potrebbe piacere altro. Ed è lì che sembra tardi (…) Invece l’ibridazione consente di esplorare prima le proprie inclinazioni, quando ancora si è nel momento della formazione o addirittura al momento della scelta. (…) Le iniziative come YATTA possono essere l’elemento trainante: perché sono una realtà dove si può sperimentare e magari scoprire la propria genialità!”

 

Approfondimenti

 

cover image credit: The Met (Object: 13364 / Accession: 1989.263.2)



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