Quanto c’è di cyber nei nostri disagi

Home / Blog / Focus / Quanto c’è di cyber nei nostri disagi30 Marzo 2022Quanto c’è di cyber nei nostri disagi

Pur essendo una figura professionale ancora in via di definizione, lo psicologo digitale (o cyberpsicologo, ritratto in maniera esaustiva in questo articolo) analizza le forme di disagio mentale che emergono nel mondo dei social media e dello sviluppo tecnologico. Due studi su due forme di comportamento figlie di questo tempo (dipendenza dai social media e cyberbullismo) possono suggerire due constatazioni: la nostra vita offline non è più la stessa da quando abbiamo iniziato ad essere online e, parallelamente, la nostra vita online ha molte cose derivanti dal nostro comportamento offline. Due tesi piuttosto intuitive, ma che solo da poco sono state oggetto di un’analisi sistematica.

Ammissione di astinenza

Di certo non mancano esempi di maestri, bacchettoni o conviviali perfetti che, notato il generale e irrefrenabile bisogno di essere connessi, abbiano proposto di privare e privarsi di tutte le “diavolerie” tecnologiche e confinarle in un cestino o in un cassetto, così da godersi un po’ di sconnessione. Ma “godersi” è un termine appropriato? In effetti, “little is known about the impact of social media abstinence”, motivo che ha spinto a realizzare un esperimento in materia di “Cyberpsychology Beahavior and Social Networking Study” condotto dall’Università di Konstanz.

L’esperimento si componeva di:

  • 4 giorni usando i social media come al solito
  • 7 giorni di senza usare social media, con le uniche eccezioni per: chiamate, SMS e e-mail.
  • 4 giorni di nuovo usando i social media come al solito

Durante queste fasi venivano misurati tre volte al giorno la noia e il desiderio di utilizzo attraverso dei questionari giornalieri che chiedevano di misurare da 0 a 100 “Quanto sei annoiato/a in questo momento?” o “Quanto ti piacerebbe essere su un Social Network in questo momento?”. E, alla fine di ogni giorno, queste venivano poste altre domande: “Con quale frequenza sei stato su un social network oggi?”, “Per quanto tempo lo hai usato?”, “Quanto forte sentivi la pressione sociale di essere su un social network?”. Alla luce dei questionari, durante i 7 giorni di astinenza, dei 152 partecipanti il 41% non è mai ricaduto, il 17% ha ceduto al bisogno di accedere ai social una volta, il 13% due volte e il 29% più di una volta. Come ci si aspettava, durante i 7 giorni la noia e la pressione sociale hanno toccato livelli superiori alla norma (in cui comunque si fanno sentire considerevolmente). Inoltre, negli ultimi 4 giorni “although participants could use social media without limitations, participants still described slightly higher feelings of craving” se confrontati con i primi giorni.

Pertanto è confermato: la lontananza dai social provoca sintomi di astinenza: noia, desiderio ardente e, talvolta, incoercibile, sentimento di pressione sociale di essere online. (A Week Without Using Social Media: Results from an Ecological Momentary Intervention Study Using Smartphones). L’esperimento conclude così: comunicare online attraverso i social media è una parte così integrante della nostra vita di tutti i giorni che, il privarcene, ci conduce a sintomi di astinenza (“craving”, “boredom”, “relapses!, “social pressure to get back on social media”.

Come riportato da Brown e Kuss, altri studi valutano altri “psychosocial factors” come la paura di essere sconnessi (“fear of missing out”, o “FoMO”), il benessere mentale, la connessione sociale. Dopo un periodo di astinenza (solitamente 7 giorni) alcuni avvertono un aumento di benessere mentale, una diminuzione di FoMo e di tempo di utilizzo degli smartphone (Brown L, Kuss DJ. Fear of Missing Out, Mental Wellbeing, and Social Connectedness: A Seven-Day Social Media Abstinence Trial. Int J Environ Res Public Health. 2020 Jun 24;17(12):4566.)

Basta un prefisso

Il cyberbullismo è definito come “the willful use of electronic technology (e.g., instant messaging, chat rooms, e-mail, and text messages) as a means through which aggressive activities (e.g., threatening, harassing, disrespecting, or socially excluding another) are carried out deliberately and repeatedly toward a specific individual or group of individuals”. Che individuo specifico è il cyberbullo? Può essere schedato in una tipologia comportamentale e simbolica: chi compie atti di cyberbullismo ama darsi agli “antisocial behaviors”, come saltare la scuola o infrangere le regole, pavoneggiarsi con sigaretta accesa e bevande alcoliche o droghe, esibire “moral disengagement”, mostrare poca empatia, niente rimorso, niente senso di colpa né vergogna.

Anche la cybervittima risponde ad un profilo specifico, nel quale si pone l’accento su problemi psicologici di vario tipo, come solitudine, ansia, depressione, bassa autostima e, in certi casi, meditazione del suicidio.

Ma quanto pesa in questo il prefisso “cyber”? Ovvero, quanto c’è di nuovo nel cyberbullismo, rispetto al tradizionale prepotente e alla tradizionale vittima? Studi recenti hanno suggerito che “traditional victims have a higher probability of being cybervictims, whereas traditional bullies tend to engage in cyberbullying perpetration as well”, ovvero, la nostra vita online è influenzata da quella offline (Guo, A Meta-Analysis of the Predictors of Cyberbullying Perpetration and Victimization, Psychology in the Schools, v53 n4 p432-453 Apr 2016). Quindi, parrebbe esserci una linearità dalla prepotenza e aggressività subita o perpetrata offline a quella online, e il prefisso “cyber” pare connotare chi già era “involved in prior offline bullying behaviors” tanto chi ha esperito “offline victimization”.

Aldilà del contesto

Per quanto possa essere utile stilare profili, focalizzarsi solo sul contesto sociale e sugli elementi oggettivi del cyberbullismo “would not be effective and plausible strategies to prevent cyberbullying and mitigate its negative and long-term influences”. Inoltre, per quanto una vita di tecnologia e social media possa influenzarci in modo negativo, i suoi effetti si innestano su un retroterra di miseria morale o culturale. Così, la migliore prevenzione non passa solo per il contesto e per “target population” ma anche per una comunicazione educativa che incentivi discorsi valoriali su empatia, etica, rimorso per gli effetti della propria condotta. Infatti, “Improving the levels of moral values, empathy, or remorse could be unique elements conducted specifically for cyberbullies”. È questo che occorre per raggiungere “a deeper understanding of why cyberbullying is morally wrong”, e per “develop and maintain pro-social norms and values” e “enhance perspective-taking skills”, insomma, per aiutare a capire che il comportamento di ciascuno ha un’influenza sugli altri. Parallelamente, per contrastare gli effetti deleteri del cyberbullismo, è necessario lavorare sulle vittime perché sviluppino “positive beliefs about themselves”, a partire dall’autostima.

 

Per approfondire:

cover image credit: The Met  (Object: 311167 Accession Number: 1978.412.721)

Alessandro P. L. Redaelli



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