Nuove prospettive dei percorsi professionali

Home / Blog / Edu / Nuove prospettive dei percorsi professionali6 Ottobre 2021Nuove prospettive dei percorsi professionali

Tra licei, istituti tecnici, istituti professionali, per i ragazzi che concludono la scuola media non è semplice compiere la scelta giusta, quella più in linea con le loro reali aspirazioni.

Sulla valutazione del percorso da intraprendere, grava anche la reputazione negativa degli istituti professionali, considerati da alcuni percorsi di istruzione destinati a ragazzi appartenenti ad un target sociale, economico e culturale medio basso. I Professionali sarebbero in quest’ottica limitanti sia nei contenuti che nelle opportunità lavorative minando il proseguimento degli studi a livello universitario.

Indagheremo le motivazioni alla base di questo pregiudizio e perchè andrebbe superato.

La formazione professionale in Italia

In Italia, la formazione professionale viene erogata dagli Istituti Professionali Statali (IPS) a livello nazionale e dai Centri di Formazione Professionale (CFP) a livello regionale.

Gli Istituti Professionali Statali sono scuole di competenza del Ministero dell’Istruzione che forniscono una preparazione tecnica e professionale adeguata allo svolgimento di diverse attività lavorative. La durata del percorso formativo è di cinque anni, al termine dei quali si consegue il Diploma di istruzione superiore equivalente al diploma di un liceo o di un istituto tecnico.

Questi ultimi, come i professionali, offrono una preparazione più dettagliata rispetto al liceo ma si differenziano in quanto i tecnici indirizzano gli studenti verso una serie di professioni appartenenti allo stesso ambito, mentre i professionali avviano gli studenti alla pratica di una professione specifica. Prevedono anche la pratica sul campo attraverso lo svolgimento di un tirocinio curriculare in azienda durante l’ultimo anno di studi.

Con questo titolo, quindi, è possibile accedere a tutte le facoltà universitarie oppure inserirsi direttamente nel mondo del lavoro. Prevedono anche la pratica sul campo attraverso lo svolgimento di un tirocinio curriculare in azienda durante l’ultimo anno di studi.

I Centri di Formazione Professionale (CFP) sono istituti scolastici gestiti dalle singole regioni in attuazione dell’art. 117 della Costituzione Italiana, che ne attribuisce la competenza esclusiva. Nell’ambito della vasta gamma di percorsi di Istruzione e Formazione Professionale (IFP), ogni regione programma i contenuti e le modalità didattiche dell’offerta formativa territoriale, sulla base delle esigenze di figure professionali espresse dal sistema delle imprese. Tramite bandi pubblici le amministrazioni regionali valutano e finanziano i percorsi formativi professionali erogati dagli enti di formazione accreditati. Il ciclo di studi ha una durata di tre anni e si pone l’obiettivo di fare acquisire agli studenti competenze generali e trasversali, ma soprattutto tecnico-pratiche per operare in specifici settori professionali, al termine del quale si consegue la Qualifica professionale. Durante il triennio sono previsti tirocini curriculari in azienda a partire dal secondo anno di corso, la cui durata varia a seconda delle diverse normative regionali, ma che raggiunge le 400 ore all’anno. Periodi di lavoro sul campo che creano una relazione diretta tra studenti e imprese, offrendo l’occasione di conoscersi reciprocamente e sperimentarsi sul campo, in vista di un futuro inserimento lavorativo.

 

Dopo il conseguimento della Qualifica Professionale lo studente può scegliere di intraprendere la via lavorativa, anche sfruttando i contatti già attivati con le imprese in cui ha svolto uno o più stage. Ma può anche decidere di frequentare il quarto anno facoltativo per ottenere il Diploma Professionale e, per alcune professioni per esempio del settore del benessere, anche l’abilitazione professionale necessaria per avviare in futuro un’attività autonoma d’impresa. Questo titolo di studio quadriennale non è tuttavia equivalente a quello di maturità, pertanto per potersi iscrivere all’università è necessario frequentare il quinto anno presso un Istituto Tecnico o un Istituto Professionale Statale o un Liceo, superando preventivamente un esame di ammissione.

Cosa scelgono i ragazzi: i dati

Secondo il comunicato pubblicato a gennaio 2021 dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e delle Ricerca (MIUR), il 57,8% degli studenti in uscita dalla terza media nel 2020 ha scelto il liceo, il 30,3% si è iscritto a un istituto tecnico e solo l’ 11,9% ha frequentato un istituto professionale statale o regionale. Si rileva anche una tendenza decrescente di un punto percentuale rispetto alla rilevazione del 2018. La regione con il più alto tasso di iscrizioni ai professionali si conferma l’Emilia-Romagna (15,8%), seguita dal Veneto con (13,8%). I dati delle iscrizioni al prossimo anno scolastico 2021/2022 confermano il trend decrescente delle domande presentate agli istituti professionali, che risultano dimezzate rispetto allo scorso anno scolastico. Fenomeno che ribadisce lo scarso appeal di questo ramo dell’istruzione secondaria, confermandone anche la connotazione geografica: il livello più basso di iscrizioni si registra nelle regioni del sud d’Italia.

Nonostante le scuole professionali offrano una preparazione molto professionalizzante in linea con il mercato del lavoro, stage sul campo e una qualifica professionale al terzo anno, la convinzione che solo il liceo possa offrire molte opportunità, come quella universitaria, risulta ancora determinante nella scelta dei giovani. Nondimeno concorre il falso mito del non trovare lavoro con una qualifica professionale, che concorre ad indirizzare gli studenti ad operare una scelta molto spesso disallineata con la propria indole.

Al contrario, i dati testimoniano che gli studenti che hanno conseguito il diploma professionale abbiano il tasso di occupazione, ad un anno dal conseguimento del titolo di studio, superiore a licei e agli istituti tecnici, smentendone i preconcetti radicati che si tratti di scuole che non aprono possibilità concrete.

Infatti, gli studenti diplomati che hanno attivato almeno un contratto di lavoro a due anni dal conseguimento del diploma sono il 22,4% degli ex liceali, il 49,9% degli studenti con Diploma Tecnico e il 62,06% degli studenti con Qualifica Professionale.

A contrappeso delle migliori performance occupazionali in uscita dai percorsi professionali rispetto agli studenti dei licei e degli istituti tecnici, si rileva un più elevato tasso di abbandono scolastico registrato nei percorsi professionali. Che si collocano al primo posto con una media del 8,8 % negli istituti statali e regionali, seguiti dal 4,3% degli istituti tecnici e dall’1,8% nei licei.

 

Una rivalutazione necessaria

Alla luce dell’alto tasso di occupazione dei percorsi professionali erogati sia a livello nazionale che regionale, è doveroso rivalutarli considerandoli quali corsi altamente professionalizzanti, che conferiscono allo studente competenze immediatamente spendibili in un mercato del lavoro che richiede sempre più figure specializzate e sempre meno una preparazione teorica generale.

La stragrande maggioranza delle famiglie italiane ritiene che la garanzia del successo dei propri figli sul piano dell’occupabilità passi attraverso una scuola generalista come i licei seguita da una laurea triennale o magistrale, non riponendo fiducia nell’istruzione professionale. La despecializzazione e la formazione lunga sono spesso sovrastimate e predilette perché appaiono come percorsi più prestigiosi, più che per un reale interesse dello studente. Sradicare questo preconcetto può influire decisivamente sulla libertà di scelta dei ragazzi, che potranno optare per il percorso di formazione che più si allinea con le loro attitudini e i loro interessi, oltre che favorire positivi esiti occupazionali.

A questo proposito, è fondamentale sviluppare l’attrattiva dei percorsi professionalizzanti attraverso l’implementazione dei necessari servizi di placement e incentivare gli accordi con le imprese del territorio interessate all’apprendistato formativo, quale canale di primo ingresso nel mondo del lavoro.

 

Le richieste delle imprese

lo studio pubblicato da Unioncamere “La domanda di professioni e di formazione delle imprese italiane nel 2020” evidenzia una vera e propria riconsiderazione dei percorsi professionali. Si sottolineano i punti di forza, primo fra tutti il collegamento diretto con il mondo produttivo, che funge anche da strumento di contrasto contro la disoccupazione giovanile e NEET.

Nondimeno, i percorsi formativi professionali vanno a colmare il divario tra le competenze richieste e quelle possedute, accentuando il valore di questi percorsi ad alto contenuto di esperienze che consentono l’acquisizione di abilità pratiche.

I settori produttivi del Made in Italy come l’alimentare, il sistema-moda, il legno-mobili, i macchinari, che sono le articolazioni proprie degli istituti professionali, confermano un’ampia e diffusa rivalutazione del lavoro artigianale collegato anche alle politiche per la transizione 4.0 e l’introduzione in tutti i settori delle tecnologie avanzate.

Inoltre, la pandemia ha messo in luce interi comparti produttivi di servizi da implementare o creare ex novo negli ambiti farmaceutico e sanitario, della comunicazione e della commercializzazione. Come sottolinea il suddetto rapporto, è necessario trovare un equilibrio facendo fronte alle due nuove esigenze poste in luce in questa fase storica: up skilling (competenze che aumentano l’efficacia d’azione rispetto al contesto) e re skilling (sviluppo di competenze completamente nuove).

I percorsi professionali, nel panorama formativo italiano, appaiono come uno strumento fondamentale per muoversi in questa direzione.

Per approfondire:

cover image credit: The Met Accession Number: 28.3.51

Vittoria Mineo



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