Lavorare per vivere, non vivere per lavorare

Home / Blog / Design / Lavorare per vivere, non vivere per lavorare20 Maggio 2022Lavorare per vivere, non vivere per lavorare

Il trend I don’t dream of labour è nato su Youtube, e cerca una via alternativa di approccio al lavoro, per tutti coloro che si sono resi conto di “non sognare un lavoro”.

Da decenni siamo vittime e promotori della hustle culture, la glorificazione del capitalismo e del lavoro, grazie a cui puoi raggiungere i tuoi obiettivi personali e permetterti tante belle cose. A discapito delle lunghe giornate lavorative ovviamente vanno la salute, lo svago, i rapporti con le persone intorno a noi. Sapevamo che il sacrificio avrebbe dato i suoi frutti, ma forse ora non ne siamo più così sicuri. Questo vale soprattutto per i più giovani, i primi ad abbracciare il trend nato sui social.

Il movimento

All’origine di I don’t dream of labour si trova in un tweet dell’ottobre 2019. Lì però nasce solo il nome, poco dopo iniziano ad uscire contenuti a riguardo, soprattutto su Youtube, che raccontano esperienze di burnt out, dimissioni, cambiamento. Questo nuovo percorso parte di solito da un’epifania del lavoratore, che cambia mentalità e promuove il messaggio che si lavora per vivere, e non il contrario. L’obiettivo non è quindi non lavorare, ma raggiungere dei nuovi obiettivi per dare maggior importanza al proprio benessere. Inoltre l’impiego non dovrebbe essere ciò che definisce la nostra soddisfazione, il nostro valore, la nostra felicità.

Così il movimento chiede la settimana lavorativa breve, un lavoro significativo e appagante. In particolare, questi fattori dovrebbero assumere rilevanza maggiore rispetto alla crescita economica aziendale. Le richieste supportano la teoria della de-crescita, che critica il sistema capitalista che insegue la crescita a tutti i costi, causando distruzione ambientale e sfruttamento. Quindi chi si appoggia a questa teoria sostiene il benessere ecologico e della società. Ciò richiederebbe una riduzione in scala dell’economia globale, e un cambiamento dei valori aziendali.

Teorie del lavoro

L’economista Adam Smith è noto per aver gettato le basi dell’economia politica classica. Uno dei concetti più famosi da lui esposti è quello della mano invisibile, che spiega il ruolo della provvidenza all’interno del libero mercato. Oltre a ciò, dobbiamo a Smith anche la teoria toil and trouble (fatica e fatica), che spiega la sua concezione del lavoro. Secondo lui, la realizzazione dell’uomo sta nel suo lavoro, concetto ripreso successivamente anche da Karl Marx e John Stuart Mill.

“The real price of everything, what everything really costs to the man who wants to acquire it, is the toil and trouble of acquiring it ”

[Adam Smith, The Wealth of Nations, 1776]

Nel libro Economic Possibilities for Our Grandchildren (1930), John Maynard Keynes predice che la crescita di capitale, l’aumento di produttività, e l’avanzamento tecnologico, avrebbero – nel 2000 – portato l’umanità in una “terra promessa”. In questo luogo mitico, i bisogni primari di ognuno sarebbero stati soddisfatti grazie ad una settimana lavorativa di sole 15 ore.

La delusione causata dal mancato raggiungimento di questa “terra promessa” – o forse semplicemente dal fatto che non sono i lavoratori a cogliere il frutto dei miglioramenti tecnici e di produttività – è ciò che ha dato inizio al trend I don’t dream of labour – I don’t have a dream job.

Contraddizioni e individualismo

Se le critiche al sistema mosse dagli esponenti del trend non si dirigono verso un vero e proprio attivismo, l’intero movimento perde di credibilità. Non basta parlare su Youtube di come si sta bene dopo aver lasciato il proprio lavoro, ma bisogna agire in modo concreto. Anche se trovare un lavoro più soddisfacente, magari basato sulle proprie passioni, accresce il benessere del singolo, ciò non porta ad un cambiamento nella società capitalistica. Finché l’obiettivo resta costruire la propria “vita dei sogni”, basata su sogni capitalisti, non si andrà lontano. Molti promuovono l’idea che si possa iniziare un nuovo business, guadagnare il più possibile da esso, e venderlo al più presto. Con il risultato della vendita si può migliorare il proprio stile di vita, addirittura permettendosi di non lavorare più e di fare beneficenza, ma questa è semplicemente una forma di capitalismo moderno. Lasciare il proprio lavoro senza essere sicuri di iniziarne un altro, o diventare content creator full-time, non sono opzioni che tutti si possono permettere, derivano da una situazione di privilegio.

Soluzioni

Di soluzioni vere e proprie ancora non se ne vedono, ma non si può pretendere che tutto cambi da un giorno all’altro. Mentre aspettiamo che i miglioramenti piovano dal cielo però, possiamo approfondire qualche opzione:

  • Postcapitalismo. Un libro cardine di questa teoria è Postcapitalismo. Una guida al nostro futuro (2015) di Paul Mason. L’autore ritiene che si stiano affermando dei nuovi principi nel mondo economico: cooperazione, gratuità, responsabilità reciproca. Per arrivare realmente a questo prossimo step, non dovrebbe più esserci il capitalismo, e ciò può accadere solo partendo dai singoli lavoratori.
  • Twin Oaks. Una intentional community in Virginia, fondata nel 1967, che si basa sull’idea di una società egualitaria e cooperativa. In questa piccola comunità ognuno fa il lavoro che sente migliore per se stesso, per 40 ore a settimana, e in cambio riceve tutto ciò che gli serve per vivere. In aggiunta ai beni di prima necessità, viene data una piccola paga per comprare ciò che non viene prodotto da loro. Ognuno lavora quando vuole, e i profitti del piccolo villaggio sono buoni.
  • Workation. Lavorare mentre si è in vacanza sembra un nuovo trend nato durante la pandemia. Il termine “workation” deriva proprio dall’unione di “work” con “vacation”, e indica la possibilità di lavorare a distanza, in un luogo di villeggiatura. Secondo i promotori di questa pratica (che non sono solo le agenzie di viaggio), sarebbe possibile gestire al meglio il proprio tempo, e il miglioramento dell’umore che si avrebbe porterebbe a raggiungere più obiettivi aziendali.

Per approfondire:

cover image credit: The Met (Accession number: )

Chiara Giulia Stoppa



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