Green City: senza emissioni e senza povertà?

Home / Blog / Focus / Green City: senza emissioni e senza povertà?15 Aprile 2022Green City: senza emissioni e senza povertà?

Le più verdi del 2021

«“Green” means different things to different people». Oggi, in particolare, il termine è usato generalmente come un «brand» che denota sostenibilità ed eco-friendship per quanto riguarda consumi energetici e fonti rinnovabili. Nel campo degli Urban Studies, una Green City è l’evoluzione necessaria e futuribile delle città contemporanee, deteriorate da un’impronta ecologica pesante e in crescita, dall’impermeabilizzazione del suolo, dalla riduzione della qualità e quantità dell’acqua. A questi fattori si aggiungono imbottigliamenti, traffico, inquinamento acustico, rallentamenti, alto consumo di carburante, aria irrespirabile, e così via. Quali sono le città italiane più vicine ad essere brandizzate col termine “green”? Una classifica compilata da Legambiente, la più importante associazione ambientalista italiana, e da Ambiente Italia (azienda che si occupa di recupero e smaltimento dei rifiuti) permette di individuare la top 20 delle più virtuose. I criteri selezionati rispondono a cinque macroaree (ambiente, aria, acqua, mobilità, rifiuti).

  • Ambiente: m2 pro capite di superficie stradale pedonalizzata; numero di alberi ogni cento abitanti; uso “efficiente” del suolo (in cui si mette in rapporto il consumo di suolo e il livello di urbanizzazione con il numero di residenti); potenza (in kw) di energia solare su edifici pubblici ogni 1000 abitanti.
  • Aria: media dei valori annui di concentrazione di biossido di azoto e di pm10; media del numero di giorni di superamento della soglia limite di ozono.
  • Acqua: consumo giornaliero pro capite di acqua potabile per uso domestico (litri per abitante); differenza percentuale tra acqua immessa in rete ed acqua consumata per usi civili, industriali, agricoli (ovvero, valutazione della dispersione idrica); efficienza degli impianti di depurazione (in termini percentuali)
  • Mobilità: km percorsi annualmente dal complesso delle vetture di trasporto pubblico divisi per abitanti (ovvero, valutazione dell’offerta di trasporto pubblico); metri equivalenti di piste ciclabili ogni 100 abitanti; numero di autovetture circolanti ogni 100 abitanti (ovvero, valutazione del tasso di motorizzazione); numero di vittime della strada (morti e feriti ogni 1000 abitanti)
  • Rifiuti: produzione annua pro capite di rifiuti urbani (kg per abitante);  percentuale di rifiuti differenziati sul totale dei rifiuti urbani prodotti.

In base a questi parametri e al relativo sistema di punteggi, al primo posto si è piazzata Trento, al secondo Reggio Emilia e al terzo Mantova.

Chi ha paura della green city?

Al di là delle valutazioni sugli ecosistemi urbani esistenti e l’individuazione degli interventi migliorativi, gli studiosi si interrogano anche sugli effetti socio-economici di una green city. In questo, è stato dimostrato che il processo di “urban greening” aumenta il valore delle proprietà, la crescita economica e la competitività. «Even just the announcement of future green-space development can trigger a rise in property values» (Immergluck, Large redevelopment initiatives, housing values and gentrification: The case of the Atlanta beltline, Urban Studies 2009, 46(8): 1723–1745). Sembra quindi che la green rhetoric porti con sé rivalutazione e, di conseguenza, “unaffordability“, ovvero un maggiore costo della vita e “a more limited elite access to the benefits”, come riportato da Garcia-Lamarca (Urban green boosterism and city affordability: For whom is the ‘branded’ green city?, Urban Studies 2021, Vol. 58(1) 90–112).

In altre parole, secondo la ricercatrice in Urban Environmental Justice ad Sustainability dell’Università di Barcellona, «green talk is intertwined with practices that reproduce inequality and uneven urban development». Nel suo studio, Garcia-Lamarca intende spronare le città con aspirazioni green ad andare oltre «slogans and visions» per concentrarsi su processi di pianificazione equi che non aumentino il costo della vita e non buttino i poveri «out of their homes in the name of a green city». Insomma, sarebbe equa la città green che permette ai poveri di rimanere nelle proprie case e di spendere quanto prima. Resta da capire se, con queste convinzioni, si debba inserire tra i parametri virtuosi per una green city la permanenza di baraccopoli e palazzoni popolari, o iniziare a considerare misure anti-inquinamento come l’Area B (“una zona a traffico limitato con divieto di accesso e circolazione per i veicoli più inquinanti”, come riportato sul sito del Comune di Milano) un’ingiustizia nei confronti di chi non può permettersi di cambiare veicolo. Il punto è questo: il pianeta non può sostenere l’inquinamento e l’impatto ecologico delle città contemporanee e, dall’altra parte, i cittadini meno abbienti pare che non possano sostenere i costi di una città ambientalista. Questa cosa ha un nome: si chiama “green gap”.

Del resto, i periodi transitori non sono mai stati molto democratici e l’idea di pensare a una città equa per tutti e subito è più simile ad un esperimento mentale di una teoria della giustizia che a un progetto urbanistico. Forse lo studio di Garcia-Lamarca non intende recriminare al greening urbano il fatto che porterà ad un innalzamento della qualità della vita elitario e a una gentrification che espellerà i meno abbienti, quanto suggerire che, appurati i benefici e l’urgenza di una transizione ecologica, una retorica ciecamente green potrebbe vietare a un povero infreddolito di accendersi la stufa a legna perché inquina. Insomma, è un tentativo di demitizzazione della green city che, passando per sicuro brand di un futuro migliore per tutti, taglia fuori molti ed è spia di benessere economico. Infatti, «installing and maintaining green infrastructure — like parks, riverbanks, bioswales, forest patches and street trees — can come at high costs, which communities may not be able to afford» (Grinspan, 2020).

Il fatto è che è una necessità per il pianeta Terra non rimandabile. Dunque, se green city deve essere, la sfida è non far dire ai molti esclusi: “andiamo a inquinare da un’altra parte ché qui non ci vogliono e neanche ce lo possiamo permettere”, quanto cercare di rendere la transizione green il più accogliente e allargata possibile, in tonalità di verde anche più tenui, ovvero anche a stadi minori.

Green Hinterland

Se c’è davvero l’eventualità che i ceti più umili vengano progressivamente espulsi dalla Green City (come effetto della “transizione ambientale”, analizzata in questo articolo), progetti come ForestaMi del Comune di Milano non aspettano il futuro e si adoperano per decentralizzare il “greening” anche nelle periferie di Milano. Il progetto «prevede la messa a dimora di 3 milioni di alberi entro il 2030, per far crescere il capitale naturale, pulire l’aria, migliorare la vita della grande Milano e contrastare gli effetti del cambiamento climatico».

La stessa sensibilità generalista investe ogni anno il Consiglio Nazionale della Green Economy, in cui si ammette che «soggetti con maggior potere di acquisto tendono a concentrarsi nelle posizioni più vantaggiose, contribuendo allo sviluppo di dinamiche urbane di miglioramento, mentre nelle parti periferiche o meno vantaggiose si concentrano soggetti non competitivi sul mercato» (come si legge nel rapporto Verso la neutralità climatica delle Green City, presentato in occasione degli Stati Generali della Green Economy – 26 ottobre 2021 – Ecomondo). Del resto, gli attori nel settore del greening urbano sentono proprio la missione di «assicurare un certo livello di omogeneità nella distribuzione della qualità e della bellezza all’interno dei sistemi urbani, dai centri alle periferie» (Verso l’attuazione del Manifesto della Green Economy per l’architettura e l’urbanistica, Stati Generali della Green Economy, 2017).

 

Per approfondire:

cover image credit: The Met (Object: 52081 Accession Number: 11.8.4)

Alessandro P. L. Redaelli



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